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Berlino: quella ferita che lascia il segno
16/01/2008
BERLINO – È l’agosto del 1943, la seconda guerra mondiale si scatena in tutta la sua forza e i bombardamenti inglesi radono al suolo la città di Berlino, cancellandone per sempre edifici, palazzi, monumenti. Ora, a distanza di quasi 70 anni, la città è in piena ricostruzione ed è testimone, soprattutto, di quello che nessuna bomba ha potuto cancellare, cioè la storia, i ricordi, i momenti, gli attimi vissuti in un luogo in cui ogni angolo esiste e trova un senso nel suo passato, un passato che invita a riflettere e pone interrogativi. Forse proprio dall’esigenza di ottenere delle risposte la riedificazione di Berlino si è sviluppata in modo così veloce, quasi come ci fosse stato il bisogno impellente di sostituire o coprire non solo fisicamente ma moralmente la sofferenza che la guerra mondiale e la separazione creata dal muro le aveva lasciato. Da città divisa a città unificata, la capitale tedesca ha saputo rinascere dalle sue ceneri diventando, negli ultimi anni, polo d’attrazione per artisti, musicisti e letterati, così come accadeva nel periodo antecedente la guerra. Ma non solo: il clima di piena evoluzione che vi si respira l’ha resa anche una delle maggiori attrazioni turistiche europee; il suo fascino e l’intreccio fra passato e presente richiamano infatti l’attenzione di migliaia di visitatori da tutto il mondo. Da Unter den Linden ad Alexanderplatz, è possibile cogliere e ammirare la seconda vita di Berlino, la sua reincarnazione, il suo divenire: così il Reichstag, che venne costruito nel 1894 secondo un progetto di Paul Wallot come fiero edificio sfarzoso ma distrutto nel 1933 a causa di un incendio, ora è divenuto la sede ufficiale della Camera dei deputati tedesca, grazie alla ristrutturazione avvenuta dal 1997 al 1999 per opera dell’architetto inglese Norman Foster, che le ha donato una cupola di vetro e acciaio (simbolo della trasparenza della nuova politica del paese), che offre una vista notevole sulla città.
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East Side Gallery (foto di Francesca Tabarrani)
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Da qui è possibile scorgere anche la celebre Porta di Brandeburgo, immagine storica della divisione della città, in quanto segno di confine fra settore Est e Ovest; nel 1989 è stato simbolo di attesa e speranza per i tedeschi che aspettavano con trepidazione l’apertura della frontiera. Ma una delle metafore forse più riuscite dell’intera riprogettazione della città è senza dubbio il Museo Ebraico, che documenta le infinite possibilità di cui dispone l’architettura: un edificio che parla, spiega, racconta ed emoziona. Progettato da Daniel Libeskind, è divenuto emblema della storia e della cultura ebraico-tedesca, inteso però come luogo di ricerca, dibattito e scambio di opinioni. Non solo, dunque, memoria dell’olocausto: i 3000 metri quadri di spazio espositivo invitano a scoprire i duemila anni di storia ebraica in Germania fra documenti, lettere, fotografie, e tanti spazi interattivi in cui il visitatore può, poco a poco, ricomporre i tasselli di questo immenso puzzle. La geometria dell’edificio si rifà a una saetta, ma anche a una stella di Davide distorta; le finestre sono veri e proprio squarci, quasi ferite disposte in ordine casuale, che metaforicamente evocano la sofferenza subita dagli ebrei durante il regime nazista. Solo l’edificio è, già di per sé, una vera opera d’arte: ciò viene testimoniato dal fatto che alla sua apertura, nel 2001, registrò la presenza di 350 mila persone, ma, cosa ancora più impressionante, è che le sale erano interamente vuote in quanto l’allestimento della collezione ancora non era stato realizzato. Questo episodio scatenò un’accesa diatriba sul rapporto tra funzione dei musei e significato, in quanto l’edificio progettato da Libeskind aveva assunto più forza evocativa della collezione allestita all’interno. Attualmente il percorso che è stato predisposto per i visitatori è un mix fra osservazione e partecipazione, anche se non mancano le installazioni che turbano: è emblema di ciò una delle sale, il cui pavimento è completamente ricoperto da teschi di metallo di varia misura su cui è possibile camminare; la luce soffusa che proviene dal soffitto e il tonfo sordo prodotto dal loro spostamento richiama alla mente l’immagine dolorosa degli ebrei costretti nei campi di concentramento, a un passo dallo sterminio. Ma a questa triste metafora viene affiancata la speranza, simboleggiata da un grande albero su cui ogni ospite viene chiamato ad “appendere” un proprio desiderio, un buon proposito per quello che sarà. Non mancano fotografie, testimonianze, sale interamente dedicate all’Hannukkah, la celebre festa delle luci, come per rimarcare il fatto che ebraismo non significa solo olocausto ma al di là di questo c’è soprattutto una cultura, una storia, una tradizione. Un’esperienza discontinua, una storia ricca ma sofferta, una ricostruzione che tenta di coprire ciò che di negativo c’è stato e che si spera non torni mai più: tra desiderio di dimenticare e sperimentazioni architettoniche, la Berlino di oggi si proietta nel futuro. Senza, però, perdere la memoria.
VALENTINA MASSENTI (LUMSA NEWS)
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BERLINO TRA STORIA E RINNOVAMENTO BERLINO - “Un po’ triste e molto grande”. Con queste parole Lucio Dalla cantava Berlino. Ma la Berlino delle sue impressioni era quella di vent’anni fa, divisa dal muro, per metà laboratorio del socialismo reale e per l’altra metà fiore all’occhiello del capitalismo occidentale. Oggi Berlino è un’altra cosa. E’ forse l’unica città dell’Europa occidentale dove la multiculturalità, almeno per i giovani, non è solo una parola. Grande tolleranza reciproca, affitti a buon mercato, prezzi più bassi rispetto al resto del vecchio continente, tempi e ritmi rilassati sono le componenti dell’attrazione fatale per la capitale tedesca. L’offerta culturale è impressionante: Berlino si permette il lusso di 196 biblioteche pubbliche, 8 orchestre sinfoniche, 3 teatri d’opera, 6 di prosa, 170 fra musei e collezioni d’arte private. È l’atteggiamento verso il nuovo e la voglia di sperimentazione a far la differenza. Una spinta propulsiva che probabilmente viene da un passato più doloroso di quello di altre città; un passato con il quale i berlinesi stanno imparando a convivere. Un passato che è ovunque, nelle piazze, nelle vie del centro, nei quartieri periferici, di cui ancora non si parla volentieri, certo, ma che si vede, e che, con la sua enorme portata di sofferenza, ha traghettato Berlino in un presente “più presente” di quello delle altre capitali europee. A tale proposito, due “da vedere” sul passato di Berlino per comprendere meglio il suo presente, sono l’Holocaust-Manhmal, monumento alle vittime ebree del genocidio e la East Side Gallery, il tratto più lungo e meglio conservato del muro. Holocaust-Mahnmal1 - Diciassette anni di discussioni e progetti hanno finalmente portato,l’8 maggio del 2005, all’inaugurazione del monumento alle vittime ebree del genocidio nazista perpetrato durante la seconda guerra mondiale. A sud della porta di Brandeburgo, in uno spazio paragonabile a quello di un campo da calcio, l’architetto newyorkese Peter Eisenmann ha concepito una vasta griglia di 2711 blocchi rettangolari, di diversa altezza, collocati su un terreno ondulato,come una specie di gigantesco cimitero. I visitatori hanno libero accesso a questo labirinto da qualsiasi punto e possono muoversi in modo indipendente immergendosi in un percorso fisico e mentale altamente suggestivo. Per saperne di più sul tragico periodo storico ricordato, poi, si può scendere nel centro informativo sotterraneo (ingresso gratuito), dove, in una delle sale, una voce registrata legge i nomi delle vittime proiettati sulle pareti. Ci vorrebbero quasi sette anni di lettura ininterrotta per onorare la loro memoria. East Side Gallery - Parallelo alla Sprea – il fiume che bagna Berlino – tra Stralauer Platz e l’Oberbaumbrücke, questo “pezzo” di muro lungo 1300 metri, dopo il crollo del comunismo, è stato trasformato in una galleria d’arte all’aperto da decine di artisti provenienti da ogni parte del mondo. Oggi simbolo di storia e rinnovamento, è un eclettico guazzabuglio di slogan politici, disegno surreali e vere visioni artistiche. Tra i dipinti famosi, Test the Best di Birgit Kinder, che rappresenta una Trabant (l’auto della ex-DDR) che sfonda il muro e The Mortal Kiss di Dimitrij Vrubel, che mostra Erich Honecker e Leonid Breznev mentre si baciano. FRANCESCA TABARRANI (LUMSA NEWS)
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