"Siamo scappati da fame e guerre, ora siamo abusivi"     19/03/2008

ROMA - Hanno attraversato il deserto del Sahara e il mar Mediterraneo per progettare una nuova vita nel nostro Paese. Sono scappati da guerre e oppressione, ma in Italia hanno trovato un palazzo fatiscente di periferia, senza luce e con i pavimenti allagati.
E’ la storia di 500 titolari di permesso di soggiorno umanitario del Corno d’Africa, uomini, donne e bambini, che hanno chiesto asilo politico all’Italia e che da due anni vengono spostati da una parte all’altra di Roma in attesa di una sistemazione dignitosa e definitiva. Il Comune di Roma non ha infatti rinnovato il contratto di locazione nell’edificio che li ospitava e da poco più di sei mesi li considera “abusivi”.
“Tutto è iniziato nel gennaio 2006 – spiega Mussie Zerai, presidente dell’associazione Habbeisha che rappresenta gli esuli eritrei, somali, sudanesi ed etiopi – quando questa gente si è insediata nello stabile occupato di via Cavaglieri 6, zona Romanina, estremo est di Roma. Dopo tre giorni l’Enasarco, società proprietaria del palazzo, ex sede dell’università Tor Vergata, ha deciso di mandarli via”. Una volta sgomberati e tornati in mezzo a una strada, sono iniziate le trattative con il Gabinetto del Sindaco e con la prefettura. Una sistemazione provvisoria è stata trovata in una scuola poco distante del X Municipio, nella palestra dell’istituto. Dopo numerose proteste degli abitanti però, l’allora prefetto Achille Serra fece pressione sul Comune per trovare un’altra soluzione. Dopo cinque giorni passati in una tendopoli a viale Marconi, in pieno inverno con la pioggia e il freddo, il Campidoglio ha detto ai rifugiati di aver trovato una nuova sistemazione.

Mussie Zerai, portavoce degli africani
della Romania (foto di AN)


“Passati altri 15 giorni il Comune mise gli esuli, pieni di speranze, in quello stesso palazzo da cui erano stati cacciati alla Romanina – racconta Zerai - murando però tutti i primi cinque piani e lasciando liberi solo gli ultimi due, dove gli africani avrebbero dovuto dormire con letti a castello in 14 o 15 per stanza”. Arrabbiati e delusi, dopo la prima notte, i ragazzi hanno deciso di buttare giù tutti i muri e si sono stabiliti anche negli altri piani. “Ci siamo sentiti presi in giro – spiega il loro portavoce - perché invece di trovare una destinazione migliore, la gente è stata messa nello stesso stabile di prima e per di più con uno spazio ancora più limitato”. Era il 28 febbraio del 2006.


Il palazzo non è adibito a struttura abitativa, ci sono solo stanze per uffici e depositi. Non ci sono cucine, i bagni sono due per piano e in certe stanze non ci sono nemmeno le finestre. Da quel giorno è iniziato il braccio di ferro con il Comune di Roma che ha pagato il contratto di locazione con l’Enasarco per un anno, fino al giugno 2007, ma che ha voluto una cooperativa esterna a gestire la struttura. “Un metodo assistenzialista per controllarci che non serviva e non serve a queste persone – prosegue Zerai – . Questa gente non ha bisogno di cibo già fatto(con tutte le complicanze relative alla religione, ndr) né di qualcuno che pulisce le stanze, ma di un posto dove iniziare a progettare la propria vita”.
Nella struttura le condizioni igienico-sanitarie, ma anche abitative, sono pessime. Qualche mese fa, a novembre 2007, un incendio per un corto circuito ha devastato numerose stanze dello stabile. I Vigili del Fuoco sono arrivati dopo cinque ore. Come risultato, al palazzo è stato tolto l’allaccio alla rete elettrica, poi mai più ripristinato. A maggio il Gabinetto del Sindaco ha infatti detto di non poter ristrutturare lo stabile perché “l’Enasarco non ha dato la sua disponibilità a cedere la struttura al Campidoglio”. Prima dell’estate il Comune ha proposto allora agli africani tre strutture alternative, ad alcune condizioni: le famiglie sarebbero andate in mini appartamenti da 15 metri quadrati e i single in centri d’accoglienza con stanze da quattro letti e servizi in comune. Obbligo di uscire e rientrare a ore prestabilite.


“Il Comune tra l’altro non voleva mostrare agli esuli dove sarebbero andati a stare – racconta il loro portavoce - , pretendeva che accettassero senza sapere in che zona fosse e per quanto tempo ci sarebbero stati”. Memori delle precedenti soluzioni proposte loro gli immigrati però questa volta non hanno accettato. “Con questo tipo di politiche non c’è nessuna possibilità di progettare la propria vita futura, di garantire la privacy e lo spazio minimo abitativo”. Il Gabinetto del sindaco non ha voluto sentire ragioni e ha dunque dichiarato i rifugiati, da giugno dell’anno scorso, “occupanti abusivi”. Si è parlato di un nuovo palazzo nel quartiere Casalotti, periferia ovest di Roma, che avrebbe però solo 400 posti. La trattativa è aperta.
“In Eritrea non siamo scappati solo dalla fame – spiega Mussie Zerai -. I giovani sono obbligati a prestare servizio militare anche per dieci anni, non c’è stampa indipendente, non c’è libertà di movimento e di parola. Non resta che fuggire. Ogni minimo accenno di opposizione interna viene represso in modo barbaro. Qualcuno ce la fa ad arrivare in Italia, altri vengono fucilati alla frontiera se vengono presi a scappare”.


In Italia però purtroppo non c’è una legge sui titolari di permesso di soggiorno umanitario, c’è solo l’accordo internazionale di Dublino che stabilisce l’obbligo per il Paese dove approda il rifugiato di occuparsi di lui. In che modo lo decide la nazione ospitante. “Per questo abbiamo protestato per farci ridare le impronte digitali prese quando siamo arrivati e che, proprio in base all’accordo di Dublino, - spiega ancora Zerai - ci impediscono di trasferirci in altri zone europee come la Gran Bretagna o la Scandinavia dove il sistema di welfare garantisce ai rifugiati politici vitto, alloggio e diritti pari a quelli dei cittadini. Certo stare qui è meglio di niente - prosegue il portavoce degli africani -, ma non è per questo che siamo scappati da guerre e fame. Finché l’Italia non adotterà una legge organica sul diritto d’asilo che garantisca non solo la cittadinanza giuridica, ma anche il tipo di servizi da garantire a queste persone disperate non ci sarà futuro per noi. Nessuno è venuto qui per vivere alle spalle dello Stato, ma bisogna garantire a queste persone di progettare il futuro non di vivere alla giornata, poi potranno vivere autonome. Io sono qui da 17 anni e ancora non ho la cittadinanza, sebbene la legge dica che dopo cinque anni la possa prendere”.


La maggior parte di questa gente della Romanina lavora alle bancarelle o al nero, le donne fanno le donne delle pulizie a ore senza ricevere i contributi. I bambini vanno quasi tutti a scuola, ma molti hanno problemi di carattere burocratico. Da quando il Comune ha infatti definito abusiva la residenza degli africanii alla Romanina, anche la questura non ritiene regolare la residenza dichiarata. Molti ricorrono allora a quella fittizia del ‘Centro Astalli’, un centro per gli immigrati nei pressi piazza Venezia, nel I municipio. Con tutti i problemi relativi alla richiesta di cure ospedaliere e di iscrizione alle scuole da frequentare che disterebbero, a quel punto, più di 20 chilometri dal luogo nel quale queste persone abitano veramente.

ANDREA NARDINI (LUMSA NEWS)


<< Indietro