In Bolivia nei luoghi del Che e della sua morte

Arrivare a Vallegrande, in Bolivia, non è il viaggio più agevole del mondo. Dall’aeroporto di Santa Cruz de la Sierra, capitale del dipartimento di Santa Cruz, si deve prendere un “micro” (così chiamano qui i van a 8 posti) che passando per strade polverose impiega quattro ore per arrivare in questa cittadina.

Ernesto Guevara De La Serna detto “Cheaveva scelto come scenario per la sua ultima guerriglia le montagne di questa provincia della Bolivia. Pensava a questo Paese come una base per estendere la rivoluzione comunista a tutto il continente latinoamericano. Ma la sua avventura fu spenta dall’esercito boliviano, addestrato dalla Cia per fare fuori lui e i suoi compagni.

È in una lavanderia dell’ospedale Señor de Malta di Vallegrande che il Comandante fu visto per l’ultima volta. Morto. Il suo cadavere veniva mostrato al mondo per far vedere che l’insurrezione era fallita. Era il 10 ottobre 1967, il giorno successivo all’uccisione.

Siamo qui con Gonzalo, la guida turistica del comune di Vallegrande. Gonzalo prima faceva il muratore. Col tempo conobbe persone che avevano avuto a che fare con Guevara, in particolare ufficiali cubani che vennero a visitare i luoghi dove il Comandante aveva conosciuto la sua fine. “Se il Che avesse vinto, oggi voi avreste molte più possibilità di lavoro”, gli dicevano. E così si è interessato sempre più alla sua storia.

Racconta la storia del giorno in cui il corpo di Guevara fu esposto. Arrivarono moltissime persone. Alcuni testimoni di quei giorni sono vivi: per esempio, l’infermiera che lavò il corpo crivellato di colpi il giorno prima a La Higuera risiede ancora oggi a Vallegrande.

Il mausoleo in mezzo alla campagna

Il luogo in cui il Che fu sepolto dall’esercito boliviano si trova sempre qui a Vallegrande. Gonzalo ci accompagna sul posto. Arriviamo al Centro Culturale Ernesto Che Guevara dopo pochi minuti di macchina dall’ospedale. Accanto all’ingresso, il manifesto della campagna Evo Cumple, che certifica il finanziamento governativo del progetto. Non c’è quasi nessuno, solo noi pochi visitatori portati da Gonzalo. Qui dentro vedremo il museo e il mausoleo dedicati al Comandante. Intorno a noi c’è principalmente campagna e qualche edificio.

Entriamo nel museo. Qui dentro ci sono pannelli che raccontano l’avventura del Che e dei suoi compagni. Le fotografie vanno anche oltre: ne troviamo sia di risalenti a quei giorni sia alcune scattate nei giorni del ritrovamento del cadavere.

Poco oltre, il luogo in cui Guevara fu sepolto per la prima volta. Gonzalo illustra particolari precisi. Qui c’era la pista di atterraggio di Vallegrande, ora spostata un po’ più avanti. Proprio qui sotto Che Guevara era stato seppellito. E oggi proprio in quel punto si erge questo mausoleo. Tutto intorno ad esso, una serie di ricordi di ufficiali cubani e di altri governi, tra cui quello dell’ex Presidente dell’Argentina, Cristina Fernandez de Kirchner.

Dentro, tantissime foto provenienti da varie fasi della vita di Guevara: l’infanzia, il periodo in Messico dove conobbe i Castro, la Rivoluzione Cubana, i preparativi per il viaggio in Bolivia. In fondo, un enorme mosaico contenente tutti i nomi dei partecipanti alla guerriglia, con riportata una frase di Fidel ripresa dall’introduzione al Diario del Che in Bolivia. Al centro, lapidi che ricordano i cadaveri ritrovati qui.

Ci è voluto molto tempo perché questo luogo fosse in qualche modo santificato. Le resistenze politiche sono state molte prima che si riuscisse a costruire un museo e un mausoleo proprio dove il Che fu ritrovato nel 1997. Vallegrande è infatti storicamente una cittadina governata dalle destre. Il Presidente della Bolivia, Evo Morales, è di sinistra ed è al potere dal 2006; ma prima del 2016 il governo non è riuscito a fare aprire queste nuove strutture.

La prigione prima della morte

E’ un po’ più lontano da Vallegrande che si possono conoscere i posti dove trascorse gli ultimi momenti in vita del Che.

Tre ore di macchina tra le montagne, sempre guidati da Gonzalo, e arriviamo a La Higuera. Un centro abitato piccolo, poche case abitate principalmente da contadini e dai loro animali. Eppure un posto toccato in maniera così profonda dalla Storia.

Il Che fu imprigionato nella scuola del villaggio dopo la cattura. Oggi ne hanno fatto un museo. Ci viene aperto da una signora che ci vive accanto e che ne possiede le chiavi. Anche qui i pannelli raccontano l’avventura della guerriglia. Le dediche lasciate sui muri sono tante, alcune anche in italiano.

Nella strada che porta alla piazza, c’è la Casa del Telegrafista. Una volta era l’unico posto attraverso il quale il villaggio riusciva a comunicare con il mondo. Oggi gli edifici sono stati rivelati da un fotografo francese, Juan Lebras, che ne ha fatto un ostello. Vista l’arretratezza della connessione internet che c’è a La Higuera, secondo Lebras era quasi meglio tenersi un telegrafo. Abbiamo parlato con lui di questo e altro in una nostra intervista.

Poco più avanti, c’è la piazza principale. Troneggia un enorme busto del Comandante. “Il tuo esempio illumina una nuova alba”, è la scritta che vi si può leggere appena sotto. Una nuova alba che ha colpito e diviso negli ultimi cinquant’anni milioni di persone.