Bannati o repressi, il nuovo paradosso social

6 gennaio 2021. Una folla di manifestanti pro-Trump, dopo le accuse di brogli elettorali lanciate dal tycoon contro Joe Biden, assalta il Congresso di Washington. Twitter, piattaforma con cui “The Donald” è salito alla ribalta intrattenendo un rapporto diretto con milioni di elettori, non lo perdona: l’ex inquilino della Casa Bianca viene espulso a vita. Dall’altra parte del mondo, in paesi come Cina e Turchia, sono i regimi a stabilire le restrizioni sui social, che valgono direttamente per tutti.

Che cosa rimane della libertà di espressione se le piattaforme possono bloccare autonomamente il profilo della persona più potente del mondo? E se, in quanto aziende private, non possono far nulla per contrastare il “bavaglio” dei governi autoritari?

I social media, da tempo, non rappresentano più solo un luogo di espressione personale degli utenti, ma anche e soprattutto un importante mezzo per la circolazione delle informazioni e per la comunicazione politica. Per molti il rischio è che non si diffondano in maniera egualitaria tutte le notizie. “Si tratta del cosiddetto confirmation bias” spiega a Lumsanews Francesca Comunello, sociologa e professoressa di comunicazione presso La Sapienza, “ovvero l’idea che noi andiamo a cercare le conferme di ciò che già sappiamo e crediamo. Non è una cosa che si sono inventati i social”. 

I social, però, hanno la pretesa di essere piattaforme neutrali. Nel 2018 l’Unione europea ha imposto loro un codice di autoregolamentazione. I principi fondamentali riguardano le politiche pubblicitarie, la garanzia di trasparenza, le misure per la privacy e l’affidabilità delle notizie. A questi provvedimenti si aggiunge il Regolamento europeo per la Protezione dei Dati personali, in vigore dal 2018, per cui i colossi del web possono trattare i dati personali solo con determinate finalità e con il nostro consenso. 

Infine ci sono i termini di servizio. Twitter si riserva il diritto di “sospendere o risolvere gli account oppure cessare la fornitura dei servizi” se si violano le norme e le linee guida interne. Allo stesso modo Facebook chiede determinati impegni all’utente. L’obiettivo dichiarato è rendere le piattaforme più sicure e responsabili sulla base di alcuni standard che comprendono il divieto di pubblicare contenuti violenti o che istighino alla violenza, con rappresentazioni di abusi o autolesionismo, che minacciano la sicurezza comune, che promuovono truffe, diffondono fake-news o non rispettano la proprietà intellettuale.

Sarebbe stata proprio l’applicazione di queste condizioni a consentire di eliminare l’account di Trump. Già nei mesi precedenti, durante la campagna elettorale del 2020, alcune pubblicazioni dell’ex presidente erano state censurate. La condotta del tycoon è stata ritenuta illecita perché avrebbe incitato alla violenza contro gli oppositori politici e perché “anti-scientifica” in relazione al Covid-19. 

La questione è controversa: da una parte l’idea che il tycoon sia un utente tenuto a rispettare le condizioni che sottoscrive; dall’altra il dubbio che le piattaforme social, pur essendo aziende private, non debbano intervenire sulla libertà di espressione, soprattutto nel caso di personalità di questo calibro. LumsaNews ha provato inutilmente a contattare i country manager di Facebook e Twitter Italia per provare a rispondere a questa e altre domande.

Le tante “censure” di Twitter e Facebook contro Donald Trump

Le tante “censure” di Twitter e Facebook contro Donald Trump

Ma, come sostiene Lorenzo Pregliasco, cofondatore dell’agenzia di comunicazione politica Quorum, c’è un altro aspetto che andrebbe messo maggiormente in luce. “Non so – ci dice– se Twitter avrebbe mostrato la stessa determinazione con un Congresso rimasto in mano ai repubblicani”. Senza spiegazioni approfondite da parte delle piattaforme e un dibattito sull’eticità delle loro decisioni si rischia di prestare il fianco alle tesi più disparate. Come quella di un tentativo del social di mettersi in buona luce di fronte alla nuova amministrazione americana. 

Speculari al potere esercitato dai social network nelle società democratiche, ci sono i limiti imposti dai regimi dittatoriali. In Corea del Nord è vietato l’utilizzo di tutte le piattaforme web. In Cina, invece, il presidente Xi Jinping ha imposto un modello di ferro basato sulla sorveglianza online dei cittadini, rafforzato durante la pandemia. Gli utenti cinesi hanno più volte tentato di aggirare la censura. L’ultima volta con Clubhouse, social network in cui si comunica tramite messaggi vocali in diretta. Gli iscritti hanno iniziato a discutere di temi controversi e a febbraio il governo ha bloccato i server dell’app. Gli spazi come Clubhouse, ci dice il giornalista di Wired Luca Zorloni, “si creano con una velocità molto più ampia di quanto percepiamo”. Ma non basta e lo dimostra il caso della Turchia. Il presidente Erdogan a luglio ha varato una nuova legge che consente al governo un maggior controllo dei social media, attraverso dei referenti locali che vigilano sui contenuti pubblicati e ne decidono l’eventuale eliminazione.

La verità è che, pur volendo, le piattaforme possono fare ben poco per fermare questi “bavagli”. Per il giornalista de La Stampa Andrea Daniele Signorelli, “Le piattaforme hanno solo due possibilità: o dicono ok alle richieste di uno Stato, oppure se ne vanno di lì. Però possono dire al mondo che determinate nazioni impongono dei vincoli per loro non accettabili”.

Il dibattito, quindi, resta aperto. E le criticità sono in realtà due facce della stessa medaglia: il diritto di sospendere gli account contrari alle norme d’utilizzo da una parte, l’impossibilità di garantire la libertà di parola ai cittadini di tutto il mondo dall’altra. Come proposto dal professore di diritto dell’informazione all’Università Lumsa Ruben Razzante, una soluzione potrebbe essere uno statuto internazionale per ogni social, uniformemente valido. Per difendere i diritti fondamentali, poi, servirebbe “un’autorità sovranazionale che faccia rispettare lo statuto a prescindere dalla territorialità”. 

Il tema, per il professor Razzante, andrebbe affrontato al G20. Il documento dovrebbe chiarire cosa si intende per social, capire cosa possono e non possono fare le piattaforme, stabilire le linee di demarcazione tra loro e gli editori e stabilirne i profili giuridici. Ad occuparsene potrebbe essere un’entità come l’Ocse. A quel punto si potrebbe garantire un livello sufficiente di imparzialità.