TEL AVIV – Una “macchia morale”, un attacco allo stato di diritto e ai valori fondamentali della nazione. Con queste parole il presidente israeliano Isaac Herzog ha condannato le violenze compiute in Cisgiordania da circa cento coloni estremisti.
Un episodio grave che riaccende lo scontro politico e sociale nel Paese, mentre sui vertici istituzionali si abbatte una nuova bufera giudiziaria e d’intelligence: l’ex capo dello Shin Bet, Ronen Bar, ha infatti annunciato una querela per diffamazione contro il primo ministro Benjamin Netanyahu.
Le violenze dei coloni estremisti
Nella notte tra il 28 e il 29 settembre sono scoppiati scontri nella Cisgiordania centrale, dopo un’incursione di oltre 100 coloni. Le forze di sicurezza israeliane, giunte sul posto per far rispettare un’ordinanza dell’Alta Corte di Giustizia che impone lo sgombero dei coloni che a luglio avevano occupato tre case palestinesi alla periferia della città, si sono scontrate con i coloni. La Polizia ha arrestato tre estremisti, tra cui due minorenni di 15 e 17 anni trovati in possesso di mazze e passamontagna. Come riferisce il Times of Israel, alcune case sono state incendiate.
Il presidente Herzog ha chiesto massima severità, definendo l’accaduto “un atto estremamente serio”. Più difensiva la reazione del premier Netanyahu, che pur condannando le violenze e confermando il pieno sostegno all’Idf, ha ridimensionato la portata dei disordini parlando di “un piccolo gruppo di facinorosi” che non rappresenta la comunità dei coloni. Di parere opposto le opposizioni: dai leader politici Gadi Eisenkot, Benny Gantz e Gilad Kariv sono giunte accuse dirette al governo, ritenuto responsabile di alimentare un clima di illegalità e di creare il terreno fertile per simili spedizioni punitive.
I disordini sarebbero esplosi nel villaggio di Jalud, dove un gruppo di estremisti ha scatenato scontri e appiccato incendi per impedire all’Idf di far rientrare nella propria abitazione la famiglia palestinese dei Tubasi. L’immobile era stato occupato abusivamente a luglio, ma lo scorso 6 settembre l’Alta Corte di Giustizia aveva ordinato allo Stato di restituirlo ai legittimi proprietari. Alla vista della famiglia scortata dai militari, i coloni hanno dato fuoco alla casa dei Tubasi e lanciato pietre contro le forze di sicurezza, costringendo i soldati a evacuare i palestinesi su un blindato per metterli in salvo. Incursioni ed aggressioni si sono verificate nella stessa notte anche nei vicini villaggi di Qaryut e al-Mughayyir.
Le accuse dell’ex capo dello Shin Bet a Netanyahu
Oltre alla tensione nei territori occupati, a scuotere il quadro politico israeliano è lo scontro frontale tra il primo ministro e i vertici dei servizi segreti. Ronen Bar, ex capo dell’intelligence interna Shin Bet, ha annunciato un’azione legale per diffamazione contro Netanyahu. La decisione giunge dopo che il premier lo ha accusato pubblicamente di aver avuto segnali imminenti dell’attacco del 7 ottobre 2023 nella notte precedente all’incursione di Hamas e di aver volutamente omesso di informare la presidenza del Consiglio.
Bar ha respinto le ricostruzioni di Netanyahu, chiedendo la desecretazione di tutti i documenti e le testimonianze dell’epoca. L’ex capo del servizio di sicurezza sostiene di aver avvertito per tempo il premier, allarme ignorato dalla leadership politica.
Netanyahu ha smentito le ricostruzioni giornalistiche internazionali – tra cui quelle del Wall Street Journal – riguardanti presunti avvertimenti e ha accusato i media di opposizione di condurre una campagna diffamatoria per scaricare su di lui le omissioni commesse dai vertici della sicurezza.
La guerra mediatica
La frattura istituzionale si sposta anche sul piano mediatico e diplomatico. L’ufficio del primo ministro ha inoltrato una denuncia formale alla censura militare contro l’emittente Channel 12, colpevole di aver trasmesso notizie riservate sulla visita lampo di Netanyahu negli Emirati Arabi Uniti mentre il suo aereo si trovava ancora in volo, esponendo così il premier e la delegazione a rischi di sicurezza.


