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HomeEsteri Anna Foa: “Israele scelga che Paese essere. C’è in gioco la democrazia”

"A tre anni dal 7 ottobre
Israele scelga chi essere
c'è in gioco la democrazia"

Anna Foa, storica e scrittrice:

"Il futuro passerà dalle elezioni"

di Valerio Francesco Silenzi07 Ottobre 2026
07 Ottobre 2026
anna foa

Anna Foa | Foto Ansa

ROMA – A tre anni dal 7 ottobre, Israele resta un Paese profondamente segnato dalla guerra e dalle sue conseguenze. La frattura interna, il governo di Benjamin Netanyahu, il rapporto con i palestinesi e il futuro della democrazia sono al centro di un confronto che guarda anche alle prossime elezioni. A fare il punto è Anna Foa, storica e studiosa dell’ebraismo e della Shoah, che analizza le trasformazioni della società israeliana, la distanza dalla narrazione ufficiale e le diverse visioni del Paese che oggi si confrontano.

Foa, sono passati tre anni dal 7 ottobre 2023. Qual è, secondo lei, il cambiamento più profondo che quell’evento ha prodotto nella società israeliana?

“Non è ancora, forse, emerso. Certamente c’è stata una grossa opposizione alla politica del premier Netanyahu. Ci sono state le varie guerre e anche il momento in cui i missili cadevano su Israele. Ma direi che non c’è ancora stata un’opposizione molto forte, in grado di buttare giù il governo estremista e terribile di Netanyahu”.

In questi tre anni è cambiata anche la situazione nei territori palestinesi. Che cosa è accaduto in Cisgiordania?

“Si è senz’altro ampliata la distruzione a opera dei coloni e dell’esercito in Cisgiordania, da cui i palestinesi vengono continuamente cacciati con violenze molto forti. E non si sono mai fermate, in realtà, le bombe, anche se sono molto diminuite su Gaza”.

Come sta vivendo oggi la società israeliana questo lungo conflitto?

“La percezione è, ovviamente, di grande dolore. D’altra parte, in questo dolore ci sono le sfilate formali del governo e degli alti ufficiali dell’esercito, che propongono la versione ufficiale della guerra e di quello che è successo, commemorando il 7 ottobre come se fosse un nuovo tentativo di genocidio. Ci sono poi delle opposizioni anche di fronte al discorso di Netanyahu. Ad esempio, c’è stato un padre che si è alzato e ha detto: “Mio figlio è morto, non lo hai difeso””.

Quanto è distante la percezione della popolazione dalla narrazione ufficiale del governo e dell’esercito?

“Ci sono tutte le cose che filtrano, in assenza di una commissione d’inchiesta indipendente sul 7 ottobre, a cui Netanyahu si è sempre opposto in tutti i modi. Ci sono le indiscrezioni pubblicate da Haaretz sugli avvisi fatti dagli Emirati e anche dall’Egitto sull’imminenza di un attacco il 7 ottobre. C’è il rifiuto di Netanyahu di accettare immediatamente, subito dopo il 7 ottobre, uno scambio con gli ostaggi e di riportare subito tutti gli ostaggi a casa. Ci sono tutta una serie di cose che incideranno probabilmente, forse, non sappiamo ancora in quale misura, sulle elezioni”.

A tre anni dal 7 ottobre, cosa rappresentano le prossime elezioni?

“Le elezioni rappresentano effettivamente, sperando che tutto vada bene, la fiducia che tutto si avvii verso delle elezioni democratiche e libere, che non ci siano contrasti, violenze o scherzi all’ultimo momento. Intendo attentati o cose che possono impedire le elezioni, oppure una guerra iniziata improvvisamente che possa impedirne lo svolgimento. È una cosa che tutti in Israele un po’ temono”.

Che cosa racconta, allora, questo terzo anniversario sullo stato attuale di Israele?

“È un anniversario triste perché, in realtà, non si è ancora usciti da questa guerra. Israele è sempre più isolata di fronte a quello che è successo in questi tre anni: 74.000 morti a Gaza, la percezione che quella che è stata portata avanti sia stata una guerra di vendetta e non una guerra contro Hamas e tutta una serie di altri elementi che ci dicono che Israele è un Paese profondamente in crisi. E tutti ci auguriamo che da queste elezioni possa risorgere come la fenice dalle ceneri”.

A queste elezioni si confrontano anche due diverse idee di Israele. Quali?

“Il centro del dibattito elettorale è soprattutto la democrazia in Israele, la democrazia interna che è a rischio, è in pericolo, i rapporti con i religiosi e tutta una serie di altri elementi, come sempre di politica interna. È politica interna, in realtà, anche il rapporto con i palestinesi in Israele in questo momento. Ma, anche se questo non è esplicitamente all’ordine del giorno, è chiaro che si confrontano due visioni diverse del Paese”.

E quale idea di Paese propone invece il governo Netanyahu?

“Quello che loro vogliono è invece, uno Stato dal fiume al mare, senza palestinesi o con il minor numero di palestinesi possibile, con un rapporto con i palestinesi che è quello di una totale discriminazione e quindi sul modello dell’apartheid, anche se non è esattamente l’apartheid sudafricano. Un apartheid di cui molto si parla in Israele, devo dire, e che certamente è già realizzato nella West Bank. E quindi una società sempre più religiosa, sempre più fanaticamente religiosa, in cui anche all’interno gli spazi di democrazia sono sempre più ridotti”.

Quando un Paese attraversa una frattura come quella del 7 ottobre, arriva sempre un momento in cui deve scegliere quale memoria costruire. Cosa sta facendo Israele per questo? 

“La memoria di una ripetizione della Shoah, di un tentativo di ripetizione della Shoah, qualcosa da cui ci si debba difendere a tutti i costi; di un antisemitismo diffuso ovunque, per cui gli ebrei sono circondati da antisemiti in tutto il mondo. Una memoria quindi nazionalistica, religiosa, iperreligiosa, una memoria che ci ricorda quella degli Zeloti nella guerra fra i romani e i giudei, che ha dato inizio alla diaspora”.

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