NEWS ANSA

Sito aggiornato alle 16:00 del 2 gennaio 2026

HomeEsteri Il regista Hasanović: “La pace in Bosnia ha portato normalità, ma anche povertà”

“In Bosnia c’è ancora chi nega
il genocidio di Srebrenica
Oggi è una città dimenticata”

Ado Hasanović, regista sopravvissuto

“L'arte: la via per superare i traumi"

di Iris Venuto18 Dicembre 2025
18 Dicembre 2025

Il regista Ado Hasanovic

Città svuotate, politiche mancate, economia fragile e ferite aperte. Anche a trent’anni dalla guerra, in Bosnia-Erzegovina le cicatrici restano ben visibili. A raccontarlo a Lumsanews è Ado Hasanović, regista e sceneggiatore bosniaco, nato a Srebrenica, sopravvissuto al genocidio e cresciuto a Bratunac. Nonostante la delusione per i risultati incompiuti degli accordi di pace e la passività della comunità internazionale, è nell’arte e nel cinema che trova una possibile via per superare le divisioni.

Cosa è mancato davvero nel dopoguerra?

“Politiche concrete. Srebrenica prima era una città viva. La guerra ha ucciso tutta la sua anima. Oggi restano poche migliaia di abitanti tornati a vivere nella normalità però con tanta povertà e poche opportunità. La Bosnia orientale ha vissuto sempre di agricoltura ma non sono state avviate reali politiche economiche a sostegno del lavoro agricolo e delle aree rurali, né tantomeno sono stati aperti centri educativi per i giovani. Anche il lato psicologico postguerra non è stato considerato”.

Che differenze vede oggi tra Sarajevo e le città della Bosnia orientale?

“A Bratunac e Srebrenica, le città che frequento di più, la situazione è molto diversa rispetto a Sarajevo, che oggi è una città vivace, con turismo, investimenti culturali ed economici. Ma mentre Sarajevo è cresciuta, molte altre aree, soprattutto nella Bosnia orientale, che ha sofferto di più durante la guerra, sono state dimenticate”. 

Nonostante questo, esistono ancora spazi di convivenza?

“Sì, la gente lì vive insieme. A Srebrenica, per esempio, ci sono dei bar frequentati sia da bosniaci che da serbi, dove si condividono storie e nascono progetti. Da due anni organizzo anche un festival, con l’obiettivo di avvicinare le persone attraverso il cinema, l’arte e la musica, offrendo un’alternativa alle narrazioni politiche che continuano a guardare al passato. Nella vita quotidiana, però, tra le persone comuni la convivenza esiste. Se me lo avesse chiesto qualche mese fa, avrei detto che la situazione era molto più tesa. Oggi, dopo l’uscita di scena di Milorad Dodik dalla guida dell’entità, il clima si è in parte calmato”. 

Esiste ancora oggi una forma di negazionismo dei crimini di guerra?

“Nella Republika Srpska sì, anche se meno di prima. Nella Republika Srpska sì, anche se meno di prima. La situazione è migliorata dal 2021, quando l’ex Alto Rappresentante Valentin Inzko ha promulgato una legge che considera reato la negazione del genocidio di Srebrenica, così come la minimizzazione o la giustificazione dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità. Però c’è ancora chi nega, sostenendo che nella guerra hanno perso tutti”. 

È effettivamente così?

“Sì, è vero: la guerra ha colpito tutti e i crimini sono stati commessi da tutte le parti. Ma c’è una differenza fondamentale che spesso viene ignorata. All’inizio della guerra alcuni cittadini serbi sono andati in Serbia per salvarsi, anche volontariamente. Ma partire per mettersi in salvo non è la stessa cosa che essere espulsi dalle proprie case e essere deportati contro la propria volontà. C’è una differenza tra chi ha avuto la possibilità di fuggire e chi, invece, è stato catturato, maltrattato, stuprato o ucciso e gettato nelle fosse comuni. E la passività della comunità internazionale è stata decisiva”. 

Con i serbi bosniaci conserva buoni rapporti?

“Sì. È una missione. Mio padre mi ha sempre detto di costruire amicizie con tutti i miei coetanei, soprattutto con amici serbi perché non siamo stati noi a fare la guerra. E dalle sue parole è nato il Silver Frame Film Festival, per parlare di amore, amicizia, ambiente. Perché dopo Dayton la Bosnia è stata lasciata nelle mani di politici che predicavano il nazionalismo”.

Il sistema politico funziona?

“È molto complesso, ma il problema principale resta il lato economico. La Bosnia ed Erzegovina non è stata mai stata sostenuta economicamente a sufficienza. Le persone sono state lasciate a vivere nella miseria e nella povertà. Poi la corruzione è diffusa, così come l’incompetenza politica: molti leader pensano solo ai propri interessi e a quelli delle loro famiglie. Dayton ha congelato il conflitto, ma non ha offerto una vera via d’uscita e ha prodotto molte discriminazioni”.

Quanto pesa questa distanza dell’Europa?

“Moltissimo. È uno dei grandi danni causati dalla politica europea e internazionale verso la Bosnia-Erzegovina. Dopo gli accordi di pace, l’attenzione è calata. Si è lasciato spazio ai nazionalismi e alle idee radicali dei nostri politici. Sette anni dopo Dayton siamo tornati al nostro paese a Bratunac per ricostruire la nostra casa, ma non prima, proprio per il clima di estremismo. La pace ha permesso una vita “normale”, ma in povertà, senza opportunità, senza sostegno psicologico”.

Cosa le provoca rabbia ancora oggi e cosa le dà invece speranza?

“La rabbia nasce dalla passività dell’Europa e dal fatto che in Serbia alcuni criminali di guerra vengono ancora trattati come eroi. La speranza, invece, sono i giovani, i progetti educativi e l’arte: l’unico modo possibile per attraversare e superare i traumi”.

Ti potrebbe interessare