ROMA – Quella voce che nel 2019 era diventata un tormentone del web, oggi finisce sotto tutela. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha depositato all’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale una domanda per registrare la propria voce come marchio sonoro. L’obiettivo è di proteggerla dall’utilizzo non autorizzato e dai cloni creati con l’intelligenza artificiale. Una mossa che arriva in un momento in cui la tecnologia consente di riprodurre sempre più fedelmente la voce di una persona e di farle pronunciare frasi che non ha mai detto.
La scelta parte anche da una storia che, per Meloni, ha avuto proprio nella voce uno dei suoi elementi più riconoscibili. Nell’ottobre 2019, durante un comizio a Roma, la leader di Fratelli d’Italia pronunciò le parole “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”. Il discorso venne trasformato dai dj Mem & J in un remix che diventò virale sui social, con milioni di visualizzazioni. Quella frase sarebbe poi diventata anche il titolo dell’autobiografia pubblicata da Meloni nel 2021.
Il problema dei deepfake
La questione va oltre la singola registrazione. La voce è ormai diventata una delle componenti più facilmente replicabili attraverso l’intelligenza artificiale, insieme all’immagine. Il rischio è che un politico, un personaggio pubblico o un privato possa essere mostrato mentre pronuncia parole mai pronunciate, con conseguenze sulla reputazione e sulla diffusione di informazioni false.
Il caso Meloni porta così dentro la politica italiana un problema che la tecnologia sta rendendo sempre più concreto, ovvero la difficoltà nel distinguere una dichiarazione autentica da una voce artificialmente costruita.
La premier, che negli anni ha costruito una comunicazione fortemente legata alla riconoscibilità della propria voce e delle proprie formule, prova ora a difendere proprio quella identità anche sul terreno della proprietà intellettuale.


