A trent’anni dalla fine della guerra, la Bosnia-Erzegovina resta un Paese segnato da fratture profonde politiche e identitarie che congelano il Paese in una riconciliazione fragile e incompiuta. Hazim Mujčinović, comico, attore, conduttore radiofonico e televisivo e produttore bosniaco, a Lumsanews racconta di Tuzla, una città in cui, a differenza di molte altre, la convivenza tra bosgnacchi, serbi e croati sembra ancora possibile. Nato a Vlasenica nel 1977 e fuggito nel luglio 1992, Hazim usa oggi la stand-up comedy per raccontare con ironia e sarcasmo la Bosnia del dopoguerra.
Che tipo di città è Tuzla oggi?
“Qui ho studiato, trovato lavoro, costruito una famiglia. È una grande città urbana. Non certo come a Vlasenica o Milići, dove davvero non vedo alcun futuro. Tuzla rappresenta un caso eccezionale in Bosnia-Erzegovina perché incarna una sorta di multietnicità. Qui vivono tutte le nazionalità e le etnie: bosgnacchi, serbi, croati, ma anche ungheresi, italiani, sloveni, macedoni, kosovari e altri cittadini stranieri. Ma io guardo le persone come esseri umani, non attraverso etichette”.
A distanza di trent’anni, sente ancora il peso della guerra nella vita quotidiana?
“Sì, eccome. Non tanto a Tuzla, quanto nel resto del Paese. In molte zone, soprattutto nella Republika Srpska, i nazionalisti agiscono senza conseguenze. Criminali di guerra sono ancora a piede libero, presenti nello spazio pubblico, a volte ricoprendo anche ruoli ufficiali.
A trent’anni di distanza molti vivono ancora convinti che la divisione sia l’unico modo possibile di stare insieme. Io non ci credo, ma so che persino il mio nome può fare la differenza: se portassi il mio spettacolo di cabaret a Bratunac o Zvornik, potrei non avere pubblico solo perché mi chiamo Hazim. A Belgrado, Novi Sad o Zagabria, invece, ho diversi spettatori, perché nei grandi centri urbani l’ambiente è più aperto”.
Da attore e cabarettista, come usa l’arte e l’umorismo per raccontare tutto questo?
“Trasformando tutte le mie esperienze in spettacoli di cabaret. A partire dal mio nome, dalla lettera “h”, che nella Republika Srpska tende a sparire e nella Federazione diventa quasi una bandiera identitaria. Racconto come il mio nome cambia a seconda del Paese: a Belgrado, in Kosovo, in Croazia. È comico, ma dice tanto della situazione attuale: siamo tutti uguali, eppure così ossessionati dalle differenze”.
Crede che politica, scuola e la religione oggi aiutino a superare le divisioni o le alimentino?
“Le alimentano. In Bosnia-Erzegovina funziona come un sistema di cartelli: ognuno controlla il proprio spazio e lo gestisce. Nella Republika Srpska si studia una sola versione della storia. Ogni entità autonoma ha il proprio programma scolastico, la propria narrazione”.
Come viene comunicata?
“Dal punto di vista culturale e artistico sembra di essere tornati indietro, a una forma di propaganda che ricorda gli anni Ottanta. Si organizzano parate, celebrazioni in cui si mobilitano categorie intere di persone o perfino bambini costretti a sventolare bandiere, per mostrare patriottismo o dimostrare fedeltà a un leader. È lo stesso modello delle parate jugoslave della Giornata della Gioventù, con la torcia di Tito che attraversava il Paese. Le istituzioni religiose, la politica e il sistema educativo dovrebbero lavorare insieme per unire, non per escludere”.
Il diritto al ritorno delle minoranze è stato davvero garantito?
“Formalmente sì, nella pratica no. Quando abbiamo riottenuto la casa di famiglia a Milići era diventata una discarica. Tornare significa anche essere soli, circondati da persone che continuano a vederti come un appartenente a un’altra nazione e che ti giudicano solo per il tuo nome”.
Ci sono ancora luoghi dove le minoranze vivono nella paura?
“Sì a Bratunac. Per esempio lì la costruzione di un edificio annesso al complesso della moschea, su un terreno che appartiene alla comunità islamica, viene ancora oggi bloccata dal comune. Anche a Stolac c’è una terribile divisione. I bambini sono ancora soggetti a segregazione: scuole separate, autobus separati. Mentre non ho riscontrato dinamiche simili a Sarajevo, Tuzla o Zenica, città a maggioranza bosniaca”.
Guardando al futuro, cosa dovrebbe cambiare davvero?
“Dovrebbe cambiare innanzitutto il sistema politico. La legge elettorale, la divisione in entità e cantoni: tutto questo è diventato inutile e paralizzante. È un apparato enorme che non ci permette di funzionare né di vivere normalmente. Non abbiamo una vera leadership statale, ma una somma di poteri che funzionano come cartelli. Bisognerebbe anche punire chi ha commesso crimini e smettere di giustificare tutto in nome del cosiddetto “interesse nazionale”. A volte dico, in maniera provocatoria, che la Bosnia assomiglia al Messico dei tempi dei cartelli: un luogo dove è facile farla franca per i criminali latitanti. Non a caso, scherzando con amici croati, diciamo che chi infrange la legge in Croazia può sempre rifugiarsi qui”.


