ROMA – La maggioranza dice di non temere sorprese, ma a Montecitorio nessuno vuole correre rischi. Deputati precettati, missioni sospese e gruppi chiamati alla conta: la legge elettorale arriva alla settimana decisiva con il centrodestra che serra i ranghi. Giorgia Meloni rassicura gli alleati: “Onoreremo il mandato fino all’ultimo”. Mentre le opposizioni puntano sul voto segreto per far emergere eventuali malumori. La premier ha già legato il destino dell’esecutivo a quello della riforma: una bocciatura porterebbe alle dimissioni del governo.
La maggioranza fa la conta
Si comincia oggi, 5 ottobre, con la richiesta delle tre fiducie. Martedì 6 ottobre ci sarà il voto sui primi due articoli. Il giorno dopo, toccherà al terzo. Giovedì 8 ottobre, invece, sarà la volta delle dichiarazioni di voto e dello scrutinio finale. È qui che le opposizioni giocano l’ultima carta, nella speranza di ritrovare quei franchi tiratori che a luglio avevano fatto scattare l’allarme nel centrodestra. FdI non vuole lasciare nulla al caso. Tutti in Aula, ministri compresi se siedono a Montecitorio. Missioni sospese e assenze solo con il via libera preventivo della presidente del Consiglio. I gruppi controlleranno le presenze fino all’ultimo. Sulle pregiudiziali, la scorsa settimana, i numeri hanno tenuto. E Tommaso Foti allontana il rischio di sorprese: “I franchi tiratori non mi preoccupano”. Per il ministro degli Affari europei, anzi, la riforma dovrebbe ottenere “un consenso superiore al perimetro della maggioranza”. Meloni ha già tracciato la linea: una bocciatura porterebbe alle dimissioni dell’esecutivo e, secondo il Corriere della Sera, potrebbe riaprire la strada al voto con il vecchio Rosatellum dopo l’approvazione della Manovra.
Come funziona lo Stabilicum
La riforma archivia i collegi uninominali e punta su un proporzionale con premio di maggioranza per chi supera il 42%, con un tetto di 220 deputati e 113 senatori per la maggioranza. Tornano le preferenze, ma con i capilista bloccati. Le soglie restano quelle del Rosatellum: 10% per le coalizioni e 3% per le liste. Al deposito del simbolo dovrà essere indicato anche il candidato premier. Tra le novità, il voto per i fuorisede domiciliati da almeno nove mesi, esteso anche ai caregiver, e l’aumento da 1.500 a 6mila delle firme richieste per collegio alle forze non già rappresentate in Parlamento.
Il rebus delle urne
Intanto le elezioni restano sullo sfondo. Da Saint-Vincent, al convegno organizzato da Gianfranco Rotondi, Meloni manda un messaggio agli alleati: “Onoreremo il mandato fino all’ultimo”. La linea ufficiale resta la scadenza naturale della legislatura. Secondo Repubblica, però, a Palazzo Chigi resta l’ipotesi di votare all’inizio della prossima primavera, possibilmente prima delle comunali e senza election day. Prima bisogna chiudere la legge di bilancio e superare lo scoglio dello Stabilicum. Poi Meloni avrebbe più libertà sul calendario e potrebbe provare ad anticipare il campo largo, ancora alla ricerca di un candidato premier. Anche gli alleati fanno i loro conti. Antonio Tajani ha chiesto a Forza Italia quale posizione portare al tavolo con la premier: maggio o settembre. E il partito sembra schierato per il voto in autunno. Matteo Salvini, invece, deve prima attraversare il congresso straordinario della Lega. Nessuna data è ancora sul tavolo della coalizione. Ma nel centrodestra c’è già chi guarda al calendario.
Meloni guarda al centro
A Saint-Vincent Meloni guarda anche al centro, spazio tornato affollato con l’avvicinarsi delle politiche. “Il centro non è un luogo dove stare a metà strada”, dice, ma “una cultura fatta di famiglia, lavoro, libertà, senso dello Stato”, già messa, rivendica, “al centro dell’azione di governo”. Maurizio Lupi incassa e rilancia il ruolo di Noi moderati. In Senato è attesa la presentazione de “I sindaci per l’Italia”, promosso da due ex Pd e un ex Udeur. Movimenti anche nel campo progressista. Enzo Maraio, segretario di Avanti Psi, chiede un intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella sulla legge elettorale: “Sarebbe prezioso”. Nel mirino dei socialisti c’è soprattutto l’aumento da 1.500 a 6mila delle firme richieste per collegio alle forze non presenti in Parlamento. Per Maraio, il capo dello Stato resta “il garante dell’equilibrio costituzionale”.
Magi in sciopero della fame
A Montecitorio le opposizioni preparano la battaglia. Riccardo Magi è al quinto giorno di sciopero della fame per chiedere modifiche alla riforma. “Cambiare la legge si può”, insiste il segretario di +Europa, che ha ricevuto la solidarietà delle opposizioni. “Sono un po’ stanco, debole, ma molto determinato”. L’ultima carta resta il voto segreto di giovedì 8 ottobre. Il centrodestra arriva all’appuntamento convinto dei suoi numeri, ma con tutti richiamati a Montecitorio e le assenze ridotte al minimo. La maggioranza ostenta sicurezza. Con lo scrutinio segreto, però, la conta riparte da zero.


