La prima sperimentazione clinica in Italia con psilocibina per la depressione resistente è partita da poche settimane presso la Clinica Psichiatrica di Chieti. A guidare lo studio è lo psichiatra Giovanni Martinotti, ordinario all’università di Chieti e docente anche all’università Lumsa. L’obiettivo è valutare, con un protocollo scientifico specifico, l’efficacia della sostanza nei pazienti con forme di depressione che non rispondono alle terapie tradizionali. “Siamo in una fase esplorativa”, spiega, ma i primi segnali sono incoraggianti.
Professore, com’è nata la ricerca e a che punto siamo?
“La ricerca è partita da due settimane, abbiamo trattato due pazienti e nasce dall’idea di vedere in Italia, con un protocollo scientifico specifico, come l’uso di psilocibina influisce sulla depressione resistente. Ci sono dati soprattutto inglesi e di altri Paesi che iniziano a emergere in letteratura scientifica e noi siamo in una fase esplorativa rispetto a questa possibilità. Il nostro studio ha delle specificità, ad esempio il confronto con la stimolazione magnetica transcranica, che negli altri studi non è stato ancora fatto. L’elemento innovativo è che è la prima volta che nel nostro Paese si fa una sperimentazione del genere, con un protocollo differente rispetto a quelli adottati in altri Paesi. La specificità del confronto consiste nel mettere a paragone due trattamenti d’avanguardia per la depressione resistente: la psilocibina e la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS). Quest’ultima è una tecnica non invasiva che utilizza impulsi magnetici per stimolare aree cerebrali coinvolte nella regolazione dell’umore ed è già impiegata in ambito clinico in diversi Paesi”.
E la psilocibina, invece?
“Agisce sul sistema serotoninergico, in particolare sul recettore 5-HT2A della serotonina, coinvolto nella modulazione dell’umore e della percezione. L’esperienza psichedelica sarebbe mediata proprio da questo recettore. La ricerca sta cercando di capire se l’effetto antidepressivo sia legato esclusivamente all’esperienza psichedelica o se possa dipendere da meccanismi biologici più profondi, come la plasticità neuronale e la riorganizzazione dei network cerebrali alterati nella depressione resistente. L’ipotesi è che i due trattamenti agiscano attraverso circuiti differenti e che, in un’ottica di psichiatria di precisione, possano essere indicati per profili di pazienti diversi”.
A che punto siete dal punto di vista clinico?
“In questo momento sta procedendo bene. Gli effetti sembrano essere positivi. Abbiamo trattato due pazienti, non ci sono state criticità particolari e stiamo andando nella direzione giusta, anche se è troppo presto per stabilire i benefici riscontrati. Non possiamo ancora trarre conclusioni”.
Se i risultati fossero positivi, quali sarebbero i passaggi successivi?
“Dovrebbe essere valutato dalle agenzie governative. Un’azienda farmaceutica dovrebbe occuparsi della produzione e poi della messa in commercio. I passaggi sono ancora moltissimi”.
La psilocibina è attualmente inserita nelle tabelle delle sostanze stupefacenti previste dal Testo Unico: questa classificazione rappresenta oggi un ostacolo scientifico, regolatorio o soprattutto culturale?
“Regolatorio no, il nostro studio è stato approvato. Il discorso sta iniziando a entrare nel novero delle sostanze utilizzabili con dosaggi specifici e in pazienti ben selezionati. Culturalmente è chiaro che è un cambiamento, ma questa apertura verso gli psichedelici non può che essere più consistente nel tempo. Anche perché sono già molte le persone che vorrebbero avvicinarsi a questa possibilità. Ci chiamano da ogni dove”.


