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HomeCronaca Psilocibina in Italia, Zoratto: “Risultati promettenti, ma serve cautela”

Ricerca multicentrica italiana
Zoratto: “Dati promettenti
ma presto parlare di svolta"

Progetto Pnrr e coordinato dall’Iss

“Abbiamo molte richieste di accesso”

di Alessio Garzina23 Febbraio 2026
23 Febbraio 2026

La ricercatrice dell'Istituto Superiore di Sanità Francesca Zoratto

La sperimentazione italiana sulla psilocibina per la depressione resistente nasce all’interno di un progetto Pnrr finanziato dal Ministero della Salute. A coordinare il progetto è Francesca Zoratto, ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità. Lo studio è multicentrico e coinvolge, oltre a Chieti, anche Roma e Foggia.

Qual è stato il ruolo dell’Istituto Superiore di Sanità?

“L’Istituto coordina le varie unità coinvolte: l’unità di Chieti, sotto la guida del professor Martinotti, e altre due unità cliniche, l’Asl Roma 5 e il Policlinico Riuniti di Foggia, dove operano il professor Bellomo, il professor Ventriglio e la dottoressa De Risio. È uno studio multicentrico: il reclutamento dei pazienti avviene in tutte e tre le unità cliniche, mentre l’Istituto si occupa della parte preclinica, sul modello animale, oltre al coordinamento generale”.

A che punto siamo dal punto di vista scientifico? 

“Parliamo di una terapia sperimentale. Questo è il primo in Italia, ma altri Paesi sono più avanti: Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda e diversi Paesi europei hanno studi avviati da anni. Possiamo parlare di un trattamento che è di fatto efficace, ma dobbiamo ancora comprendere i meccanismi d’azione e quali pazienti possano beneficiarne maggiormente. La nostra prospettiva è quella della psichiatria di precisione: individuare le alterazioni che sottendono la sintomatologia depressiva in ciascun paziente e offrire il trattamento più”.

Lo studio confronta anche la stimolazione magnetica transcranica. Perché?

“La logica è offrire il trattamento giusto al paziente giusto. Vogliamo verificare che i due trattamenti agiscano su network cerebrali diversi, per capire chi risponde meglio all’uno e chi all’altro”.

Se i risultati fossero positivi, quali sarebbero i passaggi per l’utilizzo nel SSN?

“Per arrivare all’utilizzo nel Servizio sanitario nazionale devono essere condotti trial di fase tre più ampi. Questo è uno studio di fase due. Anche se andasse bene, non si passerebbe direttamente all’immissione in commercio. In altri Paesi sono in corso o in conclusione studi di fase tre. In Australia e Nuova Zelanda è già possibile prescrivere questo trattamento in particolari condizioni, sotto responsabilità medica e per determinate diagnosi. Negli Stati Uniti la Food and Drug Administration ha dichiarato anni fa che questa poteva essere una terapia estremamente promettente, orientando così finanziamenti pubblici e privati”.

La classificazione della sostanza rappresenta un ostacolo?

“L’esperienza psichedelica può essere letta in due modi. C’è chi ritiene che sia proprio essa a mediare la guarigione, entrando in contatto con se stessi. Per noi è importante capire il meccanismo biologico. Noi riteniamo che l’esperienza psichedelica in qualche modo sia una specie di effetto collaterale. Per questo, per un’implementazione nel Servizio sanitario nazionale, l’esperienza psichedelica potrebbe essere eliminata. Questo risolverebbe molti problemi, anche culturali”.

Nella sperimentazione clinica è stato eliminato l’elemento allucinatorio?

“Nella parte clinica al momento no. Lo stiamo studiando nel modello preclinico, perché nessuno sa se l’effetto antidepressivo si mantenga in assenza dell’effetto psichedelico. Somministreremo psilocibina da sola o associata a chetanserina, un bloccante del recettore 2A della serotonina, che media l’effetto psichedelico. Il nodo è capire se l’effetto antidepressivo che si mantiene in assenza dell’effetto psichedelico. I risultati sono promettenti”.

Quali sono rischi e benefici per i pazienti?

“I rischi vengono mitigati da una selezione molto rigorosa. Devono essere pazienti con diagnosi di depressione resistente che non hanno risposto a diversi trattamenti convenzionali. La somministrazione avviene in contesto ospedaliero, con osservazione per 6-8 ore. È uno studio randomizzato: il 50% riceve psilocibina attiva e TMS placebo, l’altro 50% riceve placebo della psilocibina e TMS attiva. Lavoriamo in cieco, quindi non sappiamo quale trattamento abbia ricevuto il paziente. Per la stimolazione magnetica transcranica, il trattamento dura cinque giorni e i primi benefici possono comparire già al quarto giorno. Le valutazioni avvengono tramite colloqui clinici, scale psichiatriche e test neuropsicologici validati che quantificano il miglioramento”.

Se tutto andasse bene, sarà facile renderlo strutturale in Italia?

“Ci vorrà tempo. Dal punto di vista regolatorio dipendiamo dall’Ema, l’Agenzia europea del Farmaco e dall’Aifa. È un processo rigoroso, ma se  ci sono evidenze scientifiche solide, non vedo perché no. Al momento abbiamo moltissime persone che chiedono di entrare nella sperimentazione. Un futuro trial potrebbe essere più inclusivo, ma ora dobbiamo essere prudenti”.

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