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Terra di confini e cicatrici, la Bosnia trent’anni dopo l’orrore

di Iris Venuto04 Gennaio 2026
04 Gennaio 2026

Sulla strada da Sarajevo a Srebrenica i cartelloni pubblicitari non vendono prodotti ma assoluzioni: “Non siamo un popolo genocida”, si legge. Una frase che prova a seppellire insieme alle ottomila vittime della strage di bosniaci-musulmani anche un pezzo di storia. Quello ancora oggi considerato il più grave massacro di civili in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il cartellone è soltanto uno dei tanti sparsi per le strade della Republika Srpska – la Repubblica serba di Bosnia e Erzegovina –, una delle due entità autonome in cui è stato suddiviso il Paese dopo la firma degli accordi di Dayton del 1995. 

Confini attuali della Bosnia ed Erzegovina nell'ex Jugoslavia

Una firma che servì a mettere a tacere le armi, ma non a incidere sulle coscienze e a pacificare. Trent’anni dopo, il conflitto che ha devastato la Bosnia tra il 1992 e il 1995 tra assedi, pulizia etnica e genocidi, è rimasto congelato solo sulla carta, portando a un sistema politico frammentato e dominato da instabilità politica, corruzione e immobilismo. Due regioni fortemente autonome e una presidenza tripartita basata sull’appartenenza etnica rallentano lo sviluppo e rafforzano le divisioni identitarie. La Bosnia resta prigioniera del suo passato, le sue ferite sanguinano ancora e la linea del fronte dal campo si è spostata nel trauma collettivo.

Assetto istituzionale della Bosnia ed Erzegovina dopo gli accordi di pace

Stanno rievocando una storia completamente falsa

Entrando a Sarajevo Est, la guida locale Ejuan indica un altro cartello: “Città di 157.000 serbi costretti a lasciare Sarajevo”. Poi scherza amaramente: “Benvenuta nella Republika Srpska, prepara il passaporto!”. Il sorriso dura poco e nasconde tutto il peso di un’eredità di confini geografici e identitari che separano popoli e memorie. “È disgustoso”, dice riferendosi alle autorità nazionaliste serbo-bosniache. “Stanno rievocando una storia completamente falsa”. Sulla strada verso Sokolac, ad accoglierci c’è un murale di Ratko Mladić, il generale serbo-bosniaco condannato per il genocidio di Srebrenica, qui osannato come un eroe.

Oltre Srebrenica, un futuro negato

Intanto la strada prosegue verso Srebrenica, e qui sono i morti che tornano a parlare. Nel luglio 1995, allora zona protetta Onu, entrarono le forze serbo-bosniache guidate da Mladić e trucidarono oltre 8.000 bosgnacchi, gli slavi musulmani del Paese. Di quel massacro ora rimane il Memoriale di Potočari. Venti ettari su cui sono allineate migliaia di lapidi bianche verticali, tutte uguali. Ma sulla pietra dura i nomi e cognomi incisi sbiadiscono a causa di una memoria collettiva ancora manipolabile, piegata da nazionalismi e propaganda.

Falle scavate a partire dal sistema scolastico, distinto per ogni distretto. “Nella Repubblica Srpska si nega completamente che Sarajevo sia stata sotto assedio e che a Srebrenica sia stato commesso un genocidio”, spiega Ejuan. “Ricordo un ragazzo serbo-bosniaco che a Sarajevo mi chiese perché ci fossero così tanti fori di proiettili sui muri dei palazzi. Ero incredulo”.

Oltre a Srebrenica altri sette comuni nella Bosnia orientale furono attraversati dalle medesime atrocità: Prijedor, Foča, Zvornik, Vlasenica, Bratunac, Sanski Most e Kotor Varoš. Li passa in rassegna uno a uno Ado Hasanovic, regista e sceneggiatore bosniaco, nato a Srebrenica e sopravvissuto al genocidio.

Le ferite psicologiche postguerra non sono state considerate

“Srebrenica prima era una città viva”, racconta. “La guerra ha ucciso la sua anima. Oggi restano poche migliaia di abitanti tornati a vivere nella normalità però con tanta povertà e poche opportunità. La Bosnia orientale ha vissuto sempre di agricoltura ma non sono state avviate reali politiche economiche a sostegno delle aree rurali. Anche le ferite psicologiche postguerra non sono state considerate”. Un vuoto che il Paese prova a colmare almeno con i numeri. Nel 2025 il Pil della Bosnia ed Erzegovina è tornato a crescere, con un aumento del 2,4%. 

Una ripresa che però procede a due velocità: più dinamica nei centri urbani come Sarajevo, ma ancora lenta nelle zone interne e rurali come Srebrenica, Bratunac, Vlasenica, Foča e il Cantone Una-Sana, segnate da spopolamento, povertà e carenza di investimenti.

Zvornik, il prezzo del ritorno

Ci fermiamo a Zvornik, nel caffè “Stara Kasaba”. A servirci è un ragazzo tornato qui dalla vicina Tuzla dopo la guerra. “Zvornik era a maggioranza bosniaca. Ora non più”, spiega Ejuan e riferendosi al giovane cameriere racconta: “Lui è uno dei pochi che sono tornati. Per un bosniaco è una fortuna rientrare nella propria città, trovare un lavoro e farsi una famiglia”. La nostra guida non usa giri di parole: “La corruzione esiste ovunque in Bosnia, ma soprattutto in Republika Srpska. È quasi impossibile essere assunti nell’amministrazione statale: il potere controlla aziende pubbliche, scuole, tribunali ed energia. Il lavoro si ottiene entrando nel partito. Milorad Dodik – ex presidente della Republika Srpska – ha usato questo sistema per garantirsi voti e consenso. Chi non si piega emigra all’estero. Così restano solo i dipendenti del regime, che votano sempre lo stesso partito”. L’Snsd, partito nazionalista serbo, governa la Republika Srpska da quasi vent’anni e nel 2025 ha conquistato poco più della metà dei voti. Ma anche nella Federazione il nazionalismo resta ben ancorato: l’Sda, partito conservatore bosgnacco, continua a essere la prima forza politica.

Procediamo ancora verso nord-ovest ed entriamo nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina. Arriviamo a Tuzla, una città che smentisce il rancore e dove la convivenza tra bosgnacchi, serbi e croati sembra ancora possibile. “Qui si respira vita urbana e tolleranza. Non certo come a Vlasenica o Milici, dove davvero non vedo alcun futuro”, racconta Hazim Mujčinović, comico e attore bosniaco che usa la stand-up comedy per parlare con ironia della Bosnia del dopoguerra. Lo fa partendo da un particolare apparentemente minuscolo, la lettera “h” del suo nome di battesimo. Nella Republika Srpska tende a scomparire, perché è associata ai bosgnacchi musulmani, mentre nella Federazione viene spesso rimarcata come simbolo identitario, trasformando persino l’alfabeto in questione politica. 

Mostar, ponti ancora spezzati

Sniper Tower, Mostar

Se a Tuzla sopravvive l’idea di una convivenza possibile, a Mostar a distanza di trent’anni le divisioni sociali e architettoniche non si sono ancora sanate. Edifici semidistrutti ancora crivellati di colpi si affacciano sull’ex linea del fronte, oggi sovrapposta a frontiere invisibili. Quelle che separano le persone ma anche i servizi pubblici: due ospedali, due uffici postali, due sistemi scolastici. Il leggendario Ponte Vecchio – bombardato dall’esercito croato nel 1993 e poi ricostruito nel 2004 – rappresenta oggi solo il simbolo di una riconciliazione mancata.

In Bosnia ed Erzegovina la guerra è finita. Almeno secondo i trattati. Ma l’elaborazione della tragedia è un privilegio per pochi: per chi può permettersi di ribaltare la storia e soffocare le speranze di chi, come Ejuan, Ado e Hazim, rinuncia perfino a invocare equità e convivenza in un sistema che prolifera proprio sulle divisioni. Dayton ha funzionato soltanto come analgesico. Ma quando l’anestesia collettiva svanisce, la ferita resta aperta e il dolore continua, solo sotto altre forme.

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