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HomeCronaca Minori stranieri, la tutrice: “Case famiglia il sistema migliore”

"Non bastano vitto e alloggio
per una vera integrazione
servono progetti e tutori"

L’operatrice di Obiettivo Fanciullo

“Case famiglia il modello migliore"

di Roberto Abela01 Febbraio 2026
01 Febbraio 2026
Case famiglia

Elena Conti, tutrice della Odv Obiettivo Fanciullo, attiva a Roma

L’organizzazione di volontariato Obiettivo Fanciullo, attiva a Roma, si occupa di tutela, accoglienza e supporto di giovanissimi in situazioni di disagio sociale, con particolare attenzione ai minori stranieri non accompagnati (msna). Lumsanews ha chiesto alla tutrice Elena Conti cosa serve per assistere al meglio questi ragazzi e per scongiurare l’allontanamento volontario dai percorsi di integrazione.

Durante il suo lavoro, le è mai capitato di avere esperienza diretta di allontanamenti volontari di minori tutelati?

“Personalmente ho avuto esperienze positive al 90%, nel senso che i miei ragazzi sono arrivati in Italia con un corridoio umanitario e sono stati subito inseriti in case e famiglie dove si sono trovati bene. Ma una ragazza no. È diventata vittima di tratta, è scappata dalla casa famiglia e da un anno non si trova più”.

Secondo lei perché un msna dovrebbe scegliere di allontanarsi da un sistema che esiste proprio per proteggerlo?

“Penso che molti di loro siano arrivati già adescati, portati qui tramite un circuito criminale. L’intento non era che loro delinquessero, ma che qualcun altro li usasse per farlo, soprattutto nel caso delle ragazze. Nelle case famiglia, anche le meno attrezzate, hanno un tetto, sono vestiti, sono nutriti, vanno a scuola, hanno gli amici e stanno bene. Perché se ne dovrebbero andare? Se ne vanno perché c’è chi li ricatta e minaccia, e con loro i familiari nel Paese di origine”.

Le case famiglia dunque sono superiori ai Cas e alle altre strutture emergenziali?

“Nessuno dei miei ragazzi è mai stato in una struttura del genere. Sono stati tutti in ottime case famiglia e nessuno ha avuto carenze nell’assistenza o nella scolarizzazione. Il problema, secondo me, è che i minori non vengono inseriti nelle strutture giuste”.

Il sistema non dovrebbe garantire gli strumenti per un’integrazione autonoma, senza  che i minori debbano ricorrere a espedienti per sopravvivere?

“Penso siano due gli elementi per far sì che ciò avvenga: la possibilità di avere un’ottima casa famiglia e un tutore che segua il minore. Il sindaco delega agli assistenti sociali, ma i tutori pubblici hanno talmente tanti di ragazzi da seguire che non possono farlo con la stessa cura”.

Quali strumenti esistono per scongiurare l’allontanamento volontario dei msna?

“Tutto ruota sulla casa famiglia e sul personale che vi gravita attorno: tutori volontari,  educatori, psicologi. Avere un adulto di riferimento che ti indirizza e ti guida sul quale puoi contare è tutta un’altra cosa”.

Il sistema di accoglienza funziona? Dove si inceppa?

“Nel Lazio, il problema principale è la nomina dei tutori volontari. E se l’approccio resta quello di garantire solo cibo e un tetto, senza un progetto dietro, le cose non funzioneranno mai”.

Quanto è centrale la figura del tutore nel percorso di integrazione?

“Ci occupiamo dell’iscrizione a scuola, della scelta di un indirizzo anziché di un altro, dell’ottenimento dell’assegno universale, della residenza, dei servizi sanitari. Sembra solo burocrazia, ma poi in realtà il minore sente che c’è dietro qualcuno che ha a cuore la sua situazione. Il tutore non sostituisce i genitori in termini affettivi, ma fa la differenza”.

Quanto tempo passa tra l’arrivo di un minore e la nomina di un tutore?

“Alcuni ragazzi arrivano alla maggiore età senza aver mai avuto un tutore, affidati a malapena a quelli pubblici. Per altri invece arriva nel giro di due, tre o quattro mesi”.

Perché ci vuole così tanto per la nomina di un tutore?

“Non vengono nominati per intoppi burocratici nel Tribunale. Non si capisce perché, forse per problemi di disponibilità”.

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