WASHINGTON – Il tappeto rosso e le foto di rito sono quelli dei grandi vertici, quelli in cui le potenze si incontrano per definire gli equilibri del nuovo ordine mondiale. Xi Jinping arriva a Washington per incontrare Donald Trump e tende la mano al presidente americano: “Cina e Stati Uniti dovrebbero essere partner, non avversari”. È il terzo faccia a faccia tra i due leader nell’ultimo anno e il primo viaggio di Xi negli Stati Uniti da oltre un decennio. Ma dietro i sorrisi restano le distanze di una rivalità che attraversa commercio, tecnologia e sicurezza, mentre Pechino mette in chiaro che su alcuni dossier non intende arretrare.
Xi a Trump: “’Dovremmo essere partner e non avversari”
Nel messaggio diffuso dopo l’arrivo negli Stati Uniti, il presidente cinese parla di una relazione che deve trovare un nuovo equilibrio. Cina e Stati Uniti – sostiene Xi – sono due grandi potenze i cui interessi sono profondamente intrecciati. La competizione può dunque continuare, ma deve rimanere entro limiti gestibili.
La formula scelta è quella della “cooperazione come pilastro fondamentale, competizione moderata e divergenze gestibili”. Xi sostiene che la rinascita della Cina e il ritorno alla grandezza americana possano procedere insieme, con benefici reciproci.
Il tono è quello della distensione, ma il vertice arriva dopo mesi nei quali Washington e Pechino hanno continuato a confrontarsi su dazi, tecnologia, Taiwan e accesso alle materie prime strategiche. L’obiettivo immediato è evitare che la rivalità torni a trasformarsi in una nuova escalation economica.
Le quattro linee rosse di Pechino
La cautela cinese era già emersa alla vigilia dell’incontro. L’ambasciatore di Pechino a Washington, Xie Feng, ha indicato quattro questioni che la Cina considera non negoziabili: Taiwan, democrazia e diritti umani, il proprio percorso di sviluppo e i diritti allo sviluppo.
Sono le “linee rosse” che, secondo l’ambasciatore, gli Stati Uniti non dovrebbero oltrepassare. Xi ha inoltre chiesto a Washington di smettere di utilizzare temi come la sicurezza nazionale, gli squilibri economici e il lavoro forzato come strumenti per contenere la Cina.
Il dossier più delicato resta Taiwan. Pechino considera l’isola parte del proprio territorio e continua a opporsi alle forniture militari americane a Taipei. Washington, invece, resta il principale fornitore di armi e il più importante sostenitore internazionale di Taiwan. È uno dei punti sui quali la ricerca di una tregua più ampia si intreccia con gli equilibri militari nell’Indo-Pacifico.
La tregua sui dazi
È però sul commercio che il vertice può produrre il risultato più immediato. Gli Stati Uniti e la Cina hanno concordato di prolungare di due mesi la tregua commerciale, spostando la scadenza dal 10 novembre al 10 gennaio 2027.
A confermarlo è stato il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, dopo i colloqui con il vicepremier cinese He Lifeng. L’estensione serve a dare più tempo ai negoziatori per lavorare a un accordo economico più ampio e allontana, almeno per ora, il rischio di una nuova escalation tariffaria.
Sul tavolo c’è anche la possibilità di una riduzione bilaterale dei dazi su circa 30 miliardi di dollari di beni non sensibili. Washington e Pechino hanno inoltre discusso di un meccanismo per segnalare rapidamente incidenti o minacce legati allo sviluppo e alla sicurezza dell’intelligenza artificiale.
Il commercio resta quindi il terreno sul quale le due potenze possono cercare un punto d’incontro, ma anche quello in cui la rivalità continua a essere più concreta.


