"Nel mondo globalela Brexit è roba vecchia"Intervista a Stefania Cosci

"Non siamo più ai tempi dell’Impero difficili politiche economiche autonome"

La prospettiva di un’uscita britannica dal mercato europeo è un’eventualità che lascia aperti molteplici scenari per l’economia non solo inglese ma di tutto il continente. Una ricetta, quella di un ritorno al sovranismo economico, che è stata accolta con favore dai lavoratori inglesi che hanno votato a favore della Brexit, ma le cui conseguenze rimangono enigmatiche. Ne parliamo con Stefania Cosci, docente di Economia Politica della Lumsa di Roma.

“Riprendiamo il controllo sovrano dell’economia” è stato il motto che ha accompagnato la campagna per la Brexit. Adesso che il processo sembra giungere a compimento, quali sono le prospettive per l’economia inglese nel mercato globale?

«La Brexit è frutto della convinzione che in assenza dei vincoli derivanti dall’appartenenza all’Unione Europea, il governo inglese sarebbe stato capace di difendere il proprio sistema produttivo dai cambiamenti portati dalla globalizzazione, così come avveniva ai tempi dell’Impero britannico. A riprova, a pochi giorni dal referendum, la televisione inglese ha trasmesso l’intervista a un allevatore inglese che aveva votato a favore della Brexit per poter finalmente importare dall’Australia tutte le pecore di cui aveva bisogno. La scelta quindi non è stata motivata, in questo caso, dalla volontà di chiudersi agli scambi con l’estero quanto piuttosto da quella di far sì che la politica commerciale tenga conto di esigenze che si ritiene che non siano debitamente considerate a livello sovranazionale».

Quindi un ritorno al passato?

«Esatto, ma non siamo più ai tempi dell’Impero britannico e le prospettive per l’economia inglese non sono rosee a mio parere. Non si possono applicare le vecchie ricette di politica economica al mondo globalizzato ed è pericoloso alimentare la convinzione che ciò sia possibile. Mentre in passato i Paesi avanzati cercavano di ottenere dai Paesi in via di sviluppo prevalentemente materie prime a basso costo, oggi le imprese multinazionali dei Paesi avanzati delocalizzano fasi del processo produttivo al fine di ridurre i costi di produzione. Inoltre le catene globali del valore rendono più difficile l’adozione di politiche economiche autonome. La velocità con la quale le imprese sono in grado di riorganizzare la produzione a livello internazionale supera la capacità dei governi e delle istituzioni internazionali di regolamentare la loro attività».

La Brexit porterà a un arricchimento dei lavoratori britannici?  

«Ritengo di no e comunque non credo che nessun lavoratore dei paesi industrializzati potrà arricchirsi nel prossimi decenni. Sarà già un successo mantenere i livelli di benessere raggiunti mentre aumenterà il reddito pro capite dei lavoratori nei paesi oggi a medio basso reddito. Siamo nel mezzo di un processo che vede convergere i redditi dei paesi emergenti verso quelli delle classi medie europee e statunitensi, che dal 1988 hanno sperimentato una crescita irrisoria. Questo determina l’insoddisfazione dei lavoratori inglesi e la convinzione che sia colpa dell’Unione europea, alimentata da una classe politica che ha trovato comodo negli anni, in Inghilterra come altrove,  scaricare sull’Europa la colpa. Tutto ciò porta a ritenere che uscendo dall’Europa il problema sia risolto. Invece il problema è più complesso e l’uscita potrebbe aggravarlo, almeno nel breve periodo».

Quali conseguenze ci potrebbero essere in caso di no deal, soprattutto nelle relazioni commerciali con l’Europa?

«Il Regno Unito ha molto da perdere in caso di no deal. Molte importazioni provenienti dall’Unione Europea rappresentano input per le fasi successive e i dazi doganali sulle importazioni si trasformano in incrementi di costi per la produzione dei beni finali. Il risultato complessivo sono prezzi più elevati e perdita di competitività per tutti i partecipanti alla filiera globale. Una politica protezionistica basata su dazi all’importazione realizzata per favorire la produzione industriale di un paese è destinata pertanto a trasformarsi in un boomerang per un sistema produttivo,  dove numerose imprese operano nelle fasi intermedie delle catene globali del valore. Inoltre il Regno Unito si troverà improvvisamente a subire pesanti dazi sulle esportazioni verso l’Unione Europea e verso i paesi che hanno un accordo commerciale con l’Unione. In generale i lavoratori inglesi vedranno aumentare i prezzi di molte merci e sul lungo periodo, necessario per stipulare nuovi accordi, le sue esportazioni si ridurranno sensibilmente».

Quali ancora le prospettive per gli italiani che si trovano nel Regno Unito?

«È difficile da dire. Dipende da troppe cose che ancora non sono definite. In generale potrebbe essere più difficile entrare e la concorrenza sul mercato del lavoro potrebbe essere più bassa ma se l’economia del Regno Unito arretra ne risentiranno tutti i lavoratori, italiani e inglesi».

Flavio Russo

1991. Liceo classico e università umanistiche. Curioso di tutto e quindi giornalista. Sono nato lo stesso giorno di Andrea Pazienza, mio padre spirituale. Napoletano, incredibilmente amo la musica, il mare, la pizza e Maradona.