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Dal trip alla terapia, la nuova stagione delle cure per la depressione

di Alessio Garzina23 Febbraio 2026
23 Febbraio 2026

Migliaia di condivisioni, migliaia di commenti. A fare il giro del web è un video caricato sul profilo Instagram del quotidiano Repubblica: “Per la prima volta in Italia la psilocibina – il principio attivo presente anche nei funghi allucinogeni – viene somministrata a una paziente con depressione resistente”. La reazione prevedibile sarebbe quella della gabbia aperta delle piattaforme: “Oggi i funghetti, domani la cocaina prescritta in farmacia”. E invece, tra i soliti e inevitabili rumori di fondo, emergono migliaia di persone che fanno domande. Che citano studi americani. Che discutono di serotoninergici e plasticità neuronale con una competenza sorprendente. Certo, i social non restituiscono una fotografia fedele del Paese, ma stavolta il dibattito non sembra polarizzato, sembra curioso.

Una sostanza che fino a ieri evocava solo controcultura, funghi allucinogeni, stupefacenti, oggi entra in un reparto ospedaliero, dentro un protocollo clinico. Come spesso accade in Italia, la novità arriva dopo che altrove è già stata sperimentata. Ma questa volta il passo segna un confine preciso: entrare nella nuova stagione delle terapie psichedeliche.

“La ricerca è partita da poche settimane e punta a capire scientificamente  come l’uso di psilocibina influisce sulla depressione resistente”, spiega a Lumsanews il professor Giovanni Martinotti, che guida la sperimentazione all’ospedale di Chieti. È una fase esplorativa, ma non isolata. La letteratura internazionale, soprattutto anglosassone, è ricca di studi avanzati. Quello nostrano ha però una particolarità: mette a confronto la psilocibina con la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva, un trattamento non invasivo che usa  impulsi magnetici per modulare l’attività di specifiche aree cerebrali. “L’elemento innovativo è che è la prima volta che nel nostro Paese si fa una sperimentazione del genere, con un protocollo diverso rispetto a quelli adottati altrove”, osserva Martinotti, che è professore ordinario a Chieti e insegna Psichiatria anche all’università Lumsa. L’obiettivo non è solo verificare l’efficacia della sostanza, ma capire quale trattamento funzioni meglio per quali pazienti. “I primi segnali”, racconta lo psichiatra, “sono incoraggianti, ma è ancora troppo presto per parlare di risultati”.

Dentro il protocollo

La sperimentazione è parte di un progetto finanziato dal Pnrr e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità. È uno studio multicentrico: oltre a Chieti partecipano l’Asl Roma 5 e il Policlinico di Foggia. I pazienti vengono reclutati nelle diverse sedi cliniche, mentre l’Iss coordina e conduce la parte preclinica.

Per ora non si parla ancora di terapia disponibile, ma di trial clinico. “Per arrivare all’utilizzo nel Servizio sanitario nazionale devono essere condotti studi più ampi”, spiega la coordinatrice scientifica Francesca Zoratto. All’estero – Stati Uniti, Regno Unito – il percorso è più avanzato. In Australia per esempio è già possibile prescrivere il trattamento in condizioni controllate. L’interesse, però, da noi è già altissimo. “Al momento abbiamo molte persone che stanno chiedendo di entrare nella sperimentazione”, racconta Zoratto. Ma i criteri di inclusione sono rigorosi e molti pazienti restano esclusi. 

Come agisce davvero la psilocibina? La sostanza opera principalmente sui recettori serotoninergici 5-HT2A. L’ipotesi è che favorisca meccanismi di plasticità neuronale e riorganizzazione dei network cerebrali coinvolti nella depressione. “Non sono chiari tutti i meccanismi d’azione”, ammette Zoratto. Ed è qui che si inserisce un altro filone della ricerca italiana: capire se l’effetto antidepressivo possa essere dissociato dall’esperienza psichedelica. Nel modello animale, l’Iss sta sperimentando se, bloccando il recettore responsabile dell’effetto psichedelico, resti comunque l’effetto terapeutico. “È una domanda aperta”, dice Zoratto. Se la risposta fosse positiva, si aprirebbe la strada a un’implementazione più semplice nel sistema sanitario.

La legge e i precedenti

La sperimentazione non nasce nel vuoto normativo. Secondo Marco Perduca, coordinatore dell’Associazione Luca Coscioni, il quadro legislativo italiano consente già questo tipo di trial. “Non essendo presente una legge che lo proibisce, è consentito”, sintetizza. E la storia recente offre precedenti. Dalla cannabis terapeutica agli oppiacei per il dolore, l’Italia ha progressivamente imparato a distinguere tra uso ricreativo e uso medico. Il vero ostacolo, però, non è normativo, è culturale: “Arriviamo da sessant’anni di guerra alle droghe”, osserva Perduca. “Va spiegato che non è esattamente come è stato raccontato”.

Che cosa significa depressione

Le forme gravi di depressione riguardano una minoranza della popolazione, circa il 2%. Ma i disturbi dell’umore nel loro insieme toccano percentuali ben più ampie. “Raggiungono il 20-25%”, osserva l’infermiere psichiatrico e docente universitario Ercole Piani. Le forme patologiche richiedono interventi intensivi, altre hanno bisogno soprattutto di ascolto e continuità assistenziale. Perché il farmaco, da solo, non basta. “Fine a sé è uno strumento di potere. Solo con la parola, la riabilitazione e l’accompagnamento può diventare terapeutico”, afferma Piani. 

Anche per la psicoterapeuta Sara Ballotti la centralità resta nella relazione. “Con la terapia psichedelica l’accompagnamento è fondamentale. Non è una bacchetta magica”. L’esperienza sotto psilocibina può generare insight e modificare temporaneamente l’organizzazione dei network cerebrali implicati nella costruzione dell’identità e della narrazione di sé, ma senza integrazione psicoterapeutica il cambiamento rischia di restare effimero. “La depressione è un calderone di cose”, rimarca Ballotti. Può essere immobilità o iperattività senza soddisfazione. L’elemento comune è uno solo, la perdita della speranza di poter stare meglio. 

Un contesto ancora fragile

In questo senso la sperimentazione di Chieti rappresenta un primo grande passo, ma il contesto resta fragile. “Nel mondo della psichiatria non stiamo facendo grossi miglioramenti rispetto ad altre patologie”, osserva Piani. I finanziamenti sono limitati, il personale insufficiente, lo stigma persiste anche all’interno delle professioni sanitarie. Nel frattempo i numeri crescono: adolescenti in difficoltà, anziani soli, adulti schiacciati da un modello sociale competitivo e iperattivo. “Siamo tutti più ansiosi, più incapaci di guardare dentro di noi”, dice Piani. Eppure la salute mentale continua a occupare uno spazio marginale nell’agenda politica.

La psilocibina, oggi, è ancora una sperimentazione. Ma le domande che ha già generato — nei reparti, nei laboratori, persino nel feed di Instagram — raccontano che qualcosa si sta muovendo attorno alla consapevolezza che la sofferenza psichica non può restare ai margini del dibattito pubblico.

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