Il grande tessitore della democrazia italiana

Aldo Moro ha incarnato la politica della mediazione tra le tante anime interne alla Democrazia Cristiana. Il politico pugliese fu uno dei fondatori del partito di Don Luigi Sturzo e partecipò all’Assemblea costituente. Le sue doti di federatore emersero, per laprima volta, nel 1959 quando venne eletto alla guida della Dc. La sua segreteria fu scelta per trovare una sintesi tra le posizioni delle due leadership di Amintore Fanfani e  di Giulio Andreotti. La volontà dei dirigenti Dc, dopo l’esperienza del governo Tambroni, eletto con i voti del Movimento Sociale Italiano e dei monarchici, era di ritrovare una connessione con la parte più popolare del tessuto sociale italiano.

 

Pietro Ingrao con Giovanni Leone e Giulio Andreotti durante la messa funebre per la morte di Aldo Moro il 13 maggio 1978. ANSA/ ARCHIVIO

Il clima politico era stato avvelenato dalla strage di Reggio Emilia del 7 luglio 1960 in cui cinque operai vennero uccisi dalle forze dell’ordine durante una manifestazione antifascista. In precedenza una forte mobilitazione operaia a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, contro lo svolgimento del congresso del Movimento Sociale Italiano, era stata duramente repressa dalle forze dell’ordine, con incidenti e feriti, acuendo il solco che si era scavato tra la Dc e la sinistra sociale del Paese.

Moro, attento lettore del clima politico, reso instabile da quella stagione di governo, cercò allora di formare un governo coinvolgendo il Partito Socialista di Pietro Nenni e Riccardo Lombardi, dando vita, tra il 1963 e il 1968, ai primi governi di centrosinistra. L’esperimento, osteggiato dalla parte più conservatrice della Dc, sembrò per qualche anno garantire pace sociale e un parziale benessere all’Italia, favorito dalla fase di espansione economica.

Una stagione tragica però stava per cominciare. Il 12 dicembre 1969, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano, una bomba esplode uccidendo 17 persone e ferendone 98. È il primo atto della cosiddetta strategia della tensione, l’attuazione di quel “tintinnio di sciabole” eversivo, di cui parlò poi Nenni nei sui diari a proposito del tentato golpe del generale dei carabinieri De Lorenzo negli anni ‘60. In quella stagione si coagularono un insieme di forze eversive che andavano dai militanti estremisti della destra nostalgica del fascismo ai sostenitori dell’eversione armata e stragista filo atlantica all’interno degli apparati dello Stato. Il loro scopo era impedire con tutti i mezzi il coinvolgimento della sinistra nella guida del Paese.

Solo un anno dopo, il generale Junio Valerio Borghese, un ex repubblichino e comandante della X Flottiglia MAS già condannato per collaborazionismo con i nazisti, organizzo un tentativo di golpe non riuscito ma che creò sconcerto nel già instabile panorama politico.

Va ricordato che mentre si consumavano questi tentativi della destra eversiva di assumere il controllo dell’Italia, esplodeva anche nella penisola il movimento del ‘68, con studenti e operai nelle piazze a reclamare nuovi diritti. Si cominciava a parlare di sessualità, emancipazione femminile, diritto allo studio. Gli operai ottennero lo Statuto dei lavoratori, che garantiva loro certezza dei diritti in un Paese il cui Pil era cresciuto molto in fretta anche grazie allo sfruttamento intensivo di una manodopera talvolta giunta da piccoli paesi sperduti del Sud nel Nord industriale.

Anche sullo scacchiere internazionale Moro, che fu più volte ministro degli Esteri, pose l’Italia in una posizione di alleato non subalterno agli Stati Uniti, guardando oltre la linea di confine che in Europa divideva, dopo gli accordi di Yalta, l’Ovest filo atlantico dall’Est fedele all’Unione Sovietica. Fu infatti il politico democristiano a condurre le trattative e a sottoscrivere il documento finale della conferenza di Helsinki del 1975, che stabiliva cooperazione economica, scientifica, tecnica e ambientale, diritti umani.

Anche gli Stati Uniti, così come tutti i 35 stati presenti alla conferenza, tra cui l’Urss, sottoscrissero l’accordo, ma non mancarono le critiche a Moro e le preoccupazioni che questa visione illuminata potesse creare una frattura nel blocco occidentale anticomunista.

D’altronde il contesto internazionale era tutt’altro che rassicurante: nell’ottobre del 1973, il giorno dello Yom Kippur, gli eserciti di Egitto e Siriano attaccarono Israele. La crisi militare si risolse con una schiacciante vittoria israeliana. Fin dal primo momento gli Usa criticarono l’azione del Cairo e di Damasco, fornendo aiuti agli israeliani. Per questa ragione molti paesi arabi anti-israeliani raddoppiarono il prezzo del petrolio e diminuirono del 25% le esportazioni, facendo lievitare vertiginosamente il prezzo del carburante. Questo generò una crisi energetica in Europa Occidentale, soprattutto in Italia. Ma la posizione italiana, pur nel pieno sostegno agli Usa e a Israele si differenziava continuando a dialogare e sostenere le rivendicazioni del popolo palestinese ridotto ai margini dei nuovi confini del governo di Tel Aviv.

Dall’altra parte del mondo il 4 settembre 1970 il socialista radicale Salvador Allende venne eletto presidente della Repubblica in Cile. Nel 1973 un colpo di stato guidato da Augusto Pinochet, nominato da Allende capo dell’esercito cileno venti giorni prima, destituì il governo legittimamente eletto uccidendo Allende. Migliaia di militanti di sinistra e semplici cittadini furono internati, sparirono nel nulla o furono direttamente assassinati. Fu fondamentale per la riuscita del golpe l’appoggio degli Stati Uniti e della Cia, il servizio segreto.

Questo episodio contribuì a formare nel leader del Partito comunista Enrico Berlinguer la convinzione di dover trovare un accordo in Italia con quelle forze che pur non essendo di sinistra credevano nei valori della democrazia. Elaborò in quegli anni la teoria del Compromesso Storico, un’apertura che trovò proprio in Aldo Moro, da diversa posizione politica, la sponda più importante alla sua analisi della situazione internazionale.

Non stupisce quindi che gli Stati Uniti, contrari alle aperture a sinistra, furono tra i principali oppositori politici delle strategie di Moro. Come ha più volte ricordato arole Eleonora Moro, moglie dell’uomo politico, che ribadì queste affermazioni in numerose interviste, Moro ebbe un duro scambio di opinioni tra l’uomo politico italiano con il segretario di stato della presidenza Nixon, Henry Kissinger: “Provo a ricordare le esatte parole che mio marito mi riferì. Disse che Kissinger lo aveva ammonito pesantemente: o lei la smette di corteggiare i comunisti o la pagherà cara”.

In questo contesto nasce il compromesso storico o strategia dell’attenzione. Fino all’arrivo di Moro alla segreteria di Piazza del Gesù, il sistema di governo Dc si basava sull’esclusione dei partiti di opposizione. Con la strategia dell’attenzione, il baricentro politico si sposta a sinistra. L’idea di una cooperazione fra le forze comunista e socialista con quelle di ispirazione cattolico-democratica, al fine di dar vita a uno schieramento politico capace di realizzare un programma di profondo risanamento e rinnovamento delle istituzioni e di riconciliazione sociale. L’omicidio di Moro, il 9 maggio 1978, fece naufragare il progetto.