“Oggi c’è speranza nel domani, c’è un futuro incerto che non sembra essere già scritto. Le sfide però sono tante”. A un anno dalla destituzione del regime di Assad, lo scrittore italo-siriano, Shady Hamadi, racconta a Lumsanews le sue impressioni.
Come guarda al domani la popolazione?
“È indubbio che la situazione di oggi sia migliore. La Siria del 2024 era un Paese in preda ai bombardamenti aerei. Una nazione dove la popolazione continuava a guardare al cielo con la paura che un aereo russo, iraniano o dell’aviazione regolare sganciasse una barrel bomb. A migliaia sono morti così. Tra le sfide che aspettano i siriani c’è quella di ricreare una coesistenza, dopo una guerra fratricida voluta dal regime per frantumare il Paese”.
Che sentimenti prova se ripensa a un anno fa?
“Di incredulità. Quando per una vita hai pensato di non poter tornare, quando ti sei abituato all’esilio, sembra molto difficile uscire da questa condizione.”
Tra i momenti più significativi del 2025 c’è il discorso di Al Sharaa all’Onu e la sua visita alla Casa Bianca. Qual è il valore di questi eventi?
“È stata una tappa simbolica importante per la storia contemporanea della Siria. Quel discorso non ci sarebbe mai stato se il Paese non si fosse avvicinato, per la prima volta in cinquant’anni, agli Stati Uniti. Non va sottovalutata nemmeno l’apertura verso i Paesi del Golfo, perché rimescola gli equilibri della regione. La rimozione di molte delle sanzioni alla Siria è inoltre uno dei fatti storici più importanti, che oggi permette al Paese di guardare a nuovi investimenti. Ma l’inflazione galoppante e una situazione economica tragica sono l’altra faccia della medaglia”.
Come valuta il primo anno di governo di Al Sharaa? È la persona giusta per andare nella direzione di una svolta democratica?
“Al Sharaa paga lo scotto di aver preso nei suoi ranghi, durante la sua militanza jihadista, combattenti fondamentalisti stranieri che sono fuori controllo. Non sappiamo se è l’uomo giusto per il Paese, sicuramente sa capirlo, almeno in parte. La democrazia in Siria è un percorso lungo, ci vorranno decenni se le cose andranno bene: è una battaglia culturale, più che politica.”
Lo scorso ottobre si sono tenute le elezioni parlamentari in forma indiretta, cosa ne pensa?
“Quanto queste elezioni siano davvero rappresentative è un punto di domanda, ma è un inizio, considerando che non ci sono state vere elezioni da almeno sessant’anni”.
Come commenta gli episodi di violenza contro le minoranze dei drusi e degli alawiti?
“Le minoranze, in particolare quella alawita, pagano oggi lo scotto di aver fatto da colonna portante del regime. Sulla costa, migliaia di giovani sunniti sono stati ammazzati o torturati a morte da ufficiali prevalentemente alawiti. Non possiamo pensare che la vendetta non esista in Siria.”
Come immagina possa essere il rapporto della nuova Siria con Israele e con gli altri Paesi vicini?
“Non può esserci pace formale fra Israele e Siria, con un accordo scritto. In questo modo Al Sharaa perderebbe consenso. Quello che può fare è un tacito accordo in cui si smette di supportare i gruppi clandestini palestinesi. È un nodo bollente. Al Sharaa deve riuscire a evitare che il Paese si frantumi in cantoni confessionali.”
Che situazione si trova di fronte un cittadino siriano che decide di tornare a casa oggi?
“Un cittadino che rimpatria è felice di poter tornare, ma ci sono i problemi dei servizi, nonché di ospedali, scuole e burocrazia. È tutto da reinventare.”
Qual è la ferita più profonda che ha lasciato il periodo del regime degli Assad nella popolazione?
“Le carceri sono il dramma della Siria. Quando hanno aperto i cancelli di Sednaya e abbiamo visto uscire migliaia di prigionieri ci siamo detti: allora era tutto vero. E quando i giornali non ci ascoltavano, sorvolando sul macello a cielo aperto dei mattatoi siriani, beh, quella si poteva chiamare complicità. A colpirmi sono state le immagini di alcune donne con bambini rinchiuse in carcere. I figli non avevano mai visto cosa c’era fuori. Micheal Kilo, un oppositore scomparso anni fa, raccontò che una volta in prigione vide un bimbo e gli chiese se sapeva che cosa fossero gli uccellini. Il bambino disse di no, e Kilo cominciò a mimare il canto di un uccellino. Questa era la Siria”.


