Paolo Iafrate, avvocato e docente di diritto penale, minorile e dell’immigrazione all’Università di Roma Tor Vergata spiega a Lumsanews il suo punto di vista sulle principali criticità nel sistema di accoglienza primaria e secondaria in Italia e sulle possibili conseguenze per i minori stranieri non accompagnati.
Avvocato, cosa accade ai msna una volta inseriti nel circuito penale?
“Il percorso è quasi sempre lo stesso: dagli Istituti penali minorili si passa a quelli per adulti, in un’escalation che continua fino ai 25 anni se il primo reato è stato commesso da minore. Questo dimostra che il sistema fallisce nell’agire sulla devianza e nel recuperare questi ragazzi. Spetto tutto inizia da reati di strada, legati alla sopravvivenza economica immediata o a dinamiche di cooptazione in gruppi”.
Quali sono le principali vulnerabilità di questi ragazzi?
“I msna sono particolarmente vulnerabili per una serie di motivi interconnessi. Uno dei più ricorrenti è la difficoltà per i minori, nella transizione alla maggiore età, di ottenere documenti identificativi e permessi di soggiorno. A ciò si aggiunge la necessità di trovare un lavoro. Senza documenti, non possono accedere ai servizi di base, come l’istruzione e la sanità pubblica, restando spesso esclusi dalle possibilità di lavoro in regola e ricadendo nell’illegalità o nello sfruttamento da parte di gruppi criminali. A questo si aggiungono le vulnerabilità psico-fisiche del viaggio”.
In quale fase il sistema di accoglienza si inceppa maggiormente?
“Gli abbandoni sono più frequenti nella prima accoglienza, ossia nei Cas, strutture spesso grandi, impersonali e con scarse opportunità di integrazione. Il sistema Sai, invece, registra tassi di abbandono più bassi grazie ai progetti individuali e all’inserimento in reti locali. Tuttavia, il passaggio dalla prima alla seconda accoglienza non è sempre immediato e quel limbo rappresenta un momento di altissimo rischio. Ai ragazzi neomaggiorenni accolti nei Sai sempre più spesso non è garantita la prosecuzione per i sei mesi successivi al compimento dei 18 anni, a causa del turn over necessario per liberare posti per i nuovi arrivati”.
Quali sono le maggiori criticità riscontrate nel sistema di accoglienza Cas e Sai?
“Tempi eccessivi e scarsa qualità della prima accoglienza, con periodi troppo lunghi in strutture di transito, senza attività significative, scolastiche o formative. C’è una forte disomogeneità territoriale: l’accesso a servizi di qualità (scuola, formazione professionale, salute mentale) dipende dalla regione o addirittura dal comune. Le lentezze burocratiche nei permessi di soggiorno, nell’iscrizione al Servizio sanitario nazionale e nell’avvio dei percorsi formativi bloccano la prospettiva di un futuro legale. Manca, inoltre, la presenza stabile di figure educative di riferimento”.
Dunque esiste una correlazione tra devianza e allontanamento volontario?
“Le carenze del sistema non creano la devianza, ma generano le condizioni di vulnerabilità che rendono i msna attratti da circuiti legali. In alcuni ambiti territoriali si è reso necessario attivare forme di monitoraggio dei minori esterno alle strutture per prevenire contatti con soggetti a rischio. Tuttavia, l’adozione di interventi preventivi è complessa per le criticità nella cooperazione interistituzionale e la carenza di personale nelle forze dell’ordine”.
Accelerare la designazione dei tutori potrebbe fare la differenza?
“Certamente. Un tutore nominato rapidamente entro pochi giorni dall’arrivo è il primo, fondamentale baluardo legale e relazionale del minore. Accelera l’accesso a tutti i diritti rappresenta una figura di fiducia che orienta nelle scelte e svolge una funzione di controllo sociale positivo. I ritardi lasciano il minore in un limbo giuridico e relazionale in cui è estremamente vulnerabile”.
Come andrebbe riformato il sistema dell’accoglienza?
“L’accoglienza dovrebbe essere affidata ai Comuni tramite una nuova norma che preveda una programmazione rigorosa, standard non derogabili e uniformi, meccanismi di finanziamento ordinari e criteri di redistribuzione delle presenze su tutto il territorio nazionale, superando la volontarietà delle amministrazioni locali nell’aderire o meno alle funzioni di gestione dell’accoglienza”.


