Macaluso sul caso Moro"Fermezza inevitabileSono ancora convinto"

Emanuele Macaluso è stato un importante dirigente del Partito Comunista Italiano. Entrò nella segreteria del partito nel 1963, quando era segretario Togliatti. Parlamentare dal 1963 al 1992, direttore de l’Unità dal 1982 all’86 e del Riformista per due anni fino al 2012. Negli anni del compromesso storico faceva parte del gruppo dirigente vicino al segretario del partito Enrico Berlinguer. Ha vissuto quella stagione politica con grande intensità.

Onorevole Macaluso, si discute ancora oggi della linea della fermezza intrapresa dallo Stato che decise di non trattare con i brigatisti per la liberazione di Moro. Un’interpretazione della vicenda vuole che fu in particolare il Partito Comunista Italiano a imporre questa linea alla Democrazia Cristiana, è vera questa tesi?

No, il partito comunista non costrinse la dc. Il partito comunista subito dichiarò che avrebbe mantenuto quella linea che poi è stata definita della fermezza. È stata la linea di tutto il partito comunista e fu anche la linea di Pertini e di La Malfa che non erano certo comunisti. Fu anche la linea di una parte importante della dc e del segretario Zaccagnini che era l’uomo di Moro, lo stesso Zaccagnini che poi morì del dolore dello sfascio che ha subito. La linea della fermezza era motivata dal fatto che il partito comunista aveva fatto una battaglia molto forte soprattutto nelle fabbriche e tra il popolo per smascherare le Br come forza rivoluzionaria e comunista. Il partito denunciò coloro che anche nelle fabbriche si prestavano ad aderire a queste azioni. Guido Rossa, l’operaio di Genova che denuncio le Br fu ucciso.

Non pensa che oggi questo si possa dire di più con il senno del poi? All’epoca forse non era così scontato che il Pci prendesse una posizione così netta 

Come si poteva pensare che un partito che aveva tenuto questa condotta di fermezza nei confronti della classe operaia, del popolo e dei lavoratori poi diceva per liberare Moro contrattiamo con le br? Sarebbe stata una frana nel popolo perché avrebbero detto “Quelli hanno ucciso tutti i poliziotti della scorta, magistrati, persone innocenti e ora noi trattiamo?” È no, questo non potevamo farlo, tanto è vero che poi la sconfitta della Br, a mio avviso, è dovuta non tanto all’azione della polizia e dello Stato, che poi c’è stata ma è dovuta al fatto che non hanno avuto poi nessuna udienza nelle fabbriche e siccome loro ritenevano che la loro azione terroristica avrebbe sollevato il popolo soprattutto nelle fabbriche e sono stati invece cacciati via e respinti, è chiaro che la sconfitta poi è dovuta anche a questo comportamento di fermezza che ebbe il partito comunista.

Quarant’anni dopo lei è ancora convinto che fosse la risposta più giusta?

Con il senno di poi, secondo me la linea della fermezza fu la scelta più giusta. Secondo me sì. Io ci ho pensato sempre e me lo hanno chiesto continuamente. Ritengo che fu la linea giusta perché un’altra linea avrebbe dato alle Br un alibi fortissimo cioè un riconoscimento da parte delle istituzioni e dei partiti e anche del Pci del loro ruolo nella società e questo sarebbe stata una frana. Quindi ho pensato molto e spesso in questi anni e ritengo che quella fu una scelta giusta. Bisogna pensare che Pertini e Amendola erano stati in carcere durante il fascismo e non avevano mai ceduto e fatto domande di grazia, loro erano i più decisi. Ma anche Berlinguer, io, Napolitano e quelli che erano più giovani, quelli della nuova generazione dei dirigenti del Pci, erano convinti della giustezza di questa linea. Berlinguer soprattutto.

Luisa Urbani

Nasce a San Benedetto del Tronto il 21 agosto del 1990. Conseguita la maturità scientifica si laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Macerata elaborando una tesi in diritto internazionale. Negli anni della laurea collabora con testate giornalistiche on line e come portavoce di personaggi politici locali.