Pigneto città aperta, l’Italia che accoglie i migranti

Gli abitanti giovani del quartiere del Pigneto di Roma sono oggi il welfare di questa parte di mondo. Sono arrivati nella periferia da diverse città d’Italia e hanno riordinato, spazzato, costruito sale per l’attività politica nelle case abbandonate.Ogni giorno curano gli immigrati irregolari, danno un tetto agli sfrattati, organizzano corsi di lingua per stranieri. È il “welfare militante”. Hanno preso possesso di un quartiere dimenticato dalla politica e lo hanno ricostruito. Il mondo dopo la fine del mondo.

Lo Sparwasser ne offre un esempio. Un circolo Arci nel cuore del quartiere che ispirò “Accattone” di Pasolini. Qui “nessuno è straniero” si legge sul sito del circolo. La sede è un ex centro scommesse, oggi indica alle nuove generazioni una meta diversa dal tavolo verde, una strada fatta di cultura e integrazione.

I progetti sono diversi: uno sportello di assistenza legale, un laboratorio su lavoro e autoimprenditorialità, un co-working space per aggregare e costruire collettivamente i progetti di impresa. Un collettore di idee e risorse per la comunità straniera del Pigneto.

“Sparworld”, scuola di italiano per stranieri, è l’ultimo progetto in cantiere, ideato dai militanti che hanno un’età che oscilla dai 20 ai 30 anni. «La lingua è uno dei fattori d’integrazione centrali e con questa scuola intendiamo costruire un ponte tra la comunità dei migranti e la nostra» spiega Andrea Simone, 29 anni, responsabile dei migranti dello Sparwasser.

Il primo corso partirà nel mese di febbraio, un corso principiante (livello a1) pensato per chi intende avvicinarsi per la prima volta alla lingua e cultura italiana e che consente l’accesso al permesso di soggiorno. La prima classe sarà costituita da diciassette studenti cinesi. «A seconda degli studenti ci sono delle risorse tarate per loro come i libri di testo».

Un progetto ambizioso e totalmente autofinanziato, come spiega a Lumsanews Filippo Riniolo, 30 anni, presidente del circolo: «I militanti sono tutti laureati, dottorandi. Certo, ci sono altre risorse che ti servono come i libri, quaderni, dizionari ma noi ci finanziamo con cene solidali, concerti». Mentre parliamo, una signora anziana si presenta all’ingresso del circolo con una bustina di plastica, all’interno dieci quaderni: «Vi ho portato questi per la scuola, magari vi possono servire».

Funziona così, spiega Andrea: «Questa scuola si regge sulle proprie gambe grazie al principio mutualistico: gli studenti non pagheranno nulla per il corso né per il materiale didattico». Per il presidente Riniolo è lo spirito del tempo che lo impone: «I cittadini comprendono, più di quanto non si voglia far credere, certi valori sociali e umani. Dare aiuto agli altri vuol dire migliorare il proprio contesto. Abbiamo vissuto sulla nostra pelle la crisi economica, qui o si lascia l’Italia o si cambia».

Lo Sparwasser non è un centro sociale, nulla è raffazzonato ma ogni progetto ha il sostegno istituzionale dell’ARCI che dal ‘900 fa promozione sociale. Non è neanche un ghetto, come ripete più volte il presidente. È il luogo dove tutti siamo andando. Uno specchio che funziona da macchina del tempo: guardi dentro e ti vedi fra dieci anni, forse meno. Cinesi con italiani, sudamericani che aiutano andalusi, filippini che scambiano chiacchiere al bancone del bar, pachistani militanti del circolo nel ruolo di chef ai fornelli, bengalesi che dopo aver passato una giornata a lavoro con piccole rivendite al dettaglio partecipano alle serate danzanti circolo.

Gli insegnanti della scuola di italiano sono i ragazzi e le ragazze del quartiere, chiunque può dare una mano. La scuola è una risposta ad una rete istituzionale carente, come spiega Andrea Simone: «La domanda sull’alfabetizzazione italiana è altissima e i servizi non bastano, gli stranieri spesso non trovano risposte adeguate alle loro esigenze. Di fronte ad una domanda così forte la risposta è debole. Basta vivere il quotidiano per rendersene conto: parlando con i vicini, andando a fare la spesa, leggendo le cronache della città».

La sfida è quella di coinvolgere i nati in Italia da genitori nati altrove: seconda generazione di immigrati, la più difficile. Non hai più casa nel posto da dove vieni, non sei ancora a casa qui. Nati e cresciuti a Roma, ma con il Ghana la Nigeria e la Somalia nei volti. «Per loro» spiega Riniolo, «faremo partire dei corsi di formazione gratuiti da fonico, fotografo eccetera».

Il rapporto 2016 della Fondazione Leone Moressa stima che il contributo degli immigrati in Italia corrisponde a quasi 9 punti di Pil, 123 miliardi. E se le politiche sociali sono insufficienti per integrare gli immigrati che arrivano da paesi terzi ci pensano questi ragazzi, gratuitamente, tra un esame universitario e una la fatica di un lavoro precario, come spiega Anna fuori dalla sede: «Lo faccio perché sembra giusto, non perché mi conviene. Sono una fuorisede, non conosco queste persone però mi ci riconosco sempre quando le incontro. È come se fossimo superstiti di un altro pianeta costretti a vivere in questo».