Potere, crimini e ritiLa mafia nigerianarivelata dal primo pentito

Il racconto del "Tommaso Buscetta" nero che ha portato a una storica condanna

A mani nude o con bottiglie rotte. Più spesso con machete, asce, coltelli. Non sono semplici risse, ma vere e proprie faide, episodi di una guerra per il controllo del territorio. I protagonisti sono uomini di una delle mafie più potenti e pericolose del mondo. Non è camorra, né ‘ndrangheta. Ma negli ultimi anni sulla sua ascesa criminale hanno indagato investigatori di tutto il mondo. È la mafia nigeriana, che da quindici anni si è radicata anche in Italia: Piemonte, Lombardia e Veneto, ma anche regioni di storico insediamento mafioso come Campania e Sicilia.

Black Axe, Supreme Eiye, Bucaneers, Pirates. Sono i nomi delle cosche – “culti” – che si sono diffuse dalla Nigeria, il paese più popoloso del Continente Nero. Godono, in patria, di coperture ai più alti livelli del governo. Agiscono così nella più completa impunità. Queste associazioni, anche in Italia, hanno conquistato un importante ruolo nel traffico di droga, nella tratta dei migranti, nello sfruttamento della prostituzione e nelle truffe economiche.

Le indagini sul radicamento dell’associazione mafiosa in Italia hanno avuto un’accelerazione nel 2016. Allora Austine Johnbull ha iniziato a collaborare con la magistratura di Palermo. Un nome che ai più non dice nulla, ma che è tenuto in gran considerazione nelle aule di giustizia del capoluogo siciliano. È il “Tommaso Buscetta nero”, il primo pentito della mafia nigeriana. E il valore delle sue rivelazione è pari a quello del collaboratore che, negli anni ’80, permise a Giovanni Falcone di ricostruire la mappa di Cosa nostra.

Le sue dichiarazioni, pubblicate in esclusiva da Fq MillenniuM, hanno permesso ai giudici palermitani di emettere le prime condanne a una mafia straniera nel maggio 2008. Che coopta i nuovi membri – “gli ignoranti” – attraverso un’iniziazione violenta e umiliante – “vengono picchiati da quattro ‘saggi’ […] poi uno sputo in faccia prima di presentarsi davanti al ‘Capo dei capi’”. Accade in Italia, dove anche la mafia non è più solo italiana.

Federico Marconi

Roma, 1993. Dopo la maturità scientifica abbandona i numeri per passare alle lettere: prima di approdare alla Lumsa studia storia contemporanea a La Sapienza e giornalismo alla Fondazione Basso. Ha prodotto un web-doc per ilfattoquotidiano.it e collabora con L’Espresso