Stefano Giubboni, docente di diritto del lavoro presso l'università degli studi di Perugia

“Un utilizzo eccessivo e patologico dei rapportidi lavoro a termine"

Stefano Giubboni, giuslavorista “I giovani vanno all'estero"

L’Italia del paradosso. Un Paese con uno dei tassi di disoccupazione tra i più alti degli Stati Ocse, dove però le aziende lamentano di non trovare lavoratori, e dove dal 2004 a oggi i contratti di lavoro a termine sono quasi raddoppiati. Stefano Giubboni, docente ordinario di Diritto del lavoro dell’Università di Perugia spiega a Lumsanews il perché di questa situazione.

Secondo i dati Istat dal 2004 ad oggi i contratti di lavoro a termine sono quasi raddoppiati, come mai? 

 “Ci sono fattori economici sociali legati alla struttura e alle dinamiche del mercato del lavoro che sono molto differenti anche a seconda dei contesti territoriali. Certamente però i limiti posti dal legislatore all’utilizzo del contratto di lavoro a tempo hanno avuto una fortissima incidenza. Dal 2001 in poi si è intervenuti sui rapporti di lavoro temporanei in un’ottica di prevalente liberalizzazione. Le dinamiche del mercato del lavoro del sistema produttivo sono state assecondate dal legislatore che progressivamente ha aperto a un utilizzo sempre più ampio del lavoro a termine, favorendone la diffusione patologica.”

La riforma del lavoro in Spagna ha portato a un aumento esponenziale dei contratti a tempo indeterminato. L’Italia è pronta a una riforma di questo tipo?

“Se il legislatore interviene per stringere le causali sulle condizioni di utilizzo del lavoro a termine come è avvenuto nella disciplina spagnola può indurre le imprese a rivolgersi direttamente con proposte di assunzione a tempo indeterminato. In Italia evidentemente non ci sono le condizioni, perché non è negli orientamenti di questo governo incidere sull’utilizzo dei contratti a termine. L’esecutivo ha esplicitato in maniera molto chiara e precisa le sue intenzioni con il decreto ‘1° maggio’.

Le aziende oggi lamentano di non trovare lavoratori qualificati mentre, dall’altro lato, i lavoratori lamentano la mancanza di un impiego. Questo mismatch a cosa è dovuto?

“È paradossale che noi abbiamo tassi di disoccupazione tra i più elevati nell’area Ocse e soprattutto di disoccupazione giovanile e di lunga durata, ma allo stesso tempo abbiamo una serie di posizioni lavorative che non riescono a essere ricoperte. Il sistema formativo effettivamente non produce quel tipo di competenze professionali che sono richieste. Questo tema è ben presente tra l’altro anche agli attori pubblici. La soluzione è difficile da trovare. Si deve elevare e mirare il livello di formazione professionale richiesti dal mercato del lavoro.” 

Il lavoratore con contratto a tempo nel corso del periodo lavorativo assume delle competenze che poi però il datore non fa progredire. Le aziende non stanno perdendo la professionalità che hanno costruito nel corso del periodo contrattuale?

“Non c’è dubbio che ci sia una dispersione di professionalità e un cattivo utilizzo del capitale umano. Una precarizzazione dei rapporti di lavoro e anche nemica di una valorizzazione del cosiddetto capitale umano.”

Quali sono i tipi di contratto che vengono maggiormente usati e che rendono precari i lavoratori?

“C’è sicuramente un utilizzo eccessivo e patologico di rapporti di lavoro temporanei, ma anche l’uso a volte abusivo di falso lavoro autonomo. C’è infatti una sacca di precarietà che da un punto di vista tecnico giuridico va collocata nell’ambito dei rapporti di lavoro che sono formalmente di lavoro autonomo, ma non sostanzialmente. C’è anche un problema di crescita esponenziale in questi anni di part-time involontario che rappresenta un fattore di precarizzazione delle condizioni di lavoro che incide sulla diffusione del lavoro povero.”

Quindi c’è anche un problema salariale?

La questione salariale in Italia è stata drammatizzata in maniera molto evidente dalla riaccensione dell’inflazione. Anche la difficoltà di incontro tra domanda e offerta di lavoro è in molti casi legata alla crisi della retribuzione di offerte che sono inadeguate. In molti casi però il fenomeno della fuga all’estero dei nostri giovani migliori, più preparati, innovativi e creativi è legata al fatto che altrove trovano condizioni di impiego e di remunerazione più adeguate.”

Alessandra Bucchi

Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con una laurea magistrale in Conflitti, Studi Strategici e Analisi di Politica Estera. Ho anche fatto un tirocinio presso un'agenzia di marketing digitale.