Se la violenza di genere diventa economica

La violenza economica è tra le forme di abuso sulle donne più difficili da riconoscere perché non lascia segni sulla pelle. Il partner spesso obbliga la donna a lasciare il lavoro con la scusa della maternità, oppure si fa consegnare lo stipendio o pretende di accedere al conto corrente con la scusa di avere maggiori competenze nella gestione dei soldi esercitando su di lei un vero e proprio controllo finanziario. A raccontare questo scenario è D.i.Re  – Donne in rete, l’associazione che raccoglie 84 organizzazioni di donne che gestiscono 111 centri antiviolenza in 19 regioni del Paese. Si tratta di una totale esclusione dalle scelte di spesa o investimento e dalla possibilità di ottenere guadagni propri per autodeterminarsi e fuggire, quando necessario, da un rapporto violento. La pandemia di Covid-19 ha provocato un’intensificazione del fenomeno in Italia. Un numero crescente di donne si ritrova senza un’occupazione lavorativa e senza un conto corrente a proprio nome. Dai dati Istat sul 2020 emerge che 15.387 donne si sono rivolte a un centro antiviolenza per intraprendere un percorso di recupero. Il 37,8% di loro per uscire da un abuso economico.

L’economista e responsabile della School of Gender Economics di Unitelma Sapienza, Azzurra Rinaldi, spiega a Lumsanews che a differenza di altri tipi di abusi quello economico passa in sordina perché non viene colto come un problema da dover risolvere, a volte dalle donne stesse. “Si considera normale che una donna non lavori e anzi si stigmatizza chi sceglie di farlo. Quindi riconoscere il fenomeno diventa difficile. E in questo la normativa, con le sue differenziazioni tra uomini e donne, non aiuta”. Secondo il rapporto annuale di D.i.Re una donna su tre che intraprende un percorso di recupero è a reddito zero (32,9%) e meno del 40% può contare su un reddito sicuro. L’autore della violenza, dicono sempre i dati, nel 60,2% è il partner e nel 22,1% è l’ex.

 Il reddito di libertà attivato per la prima volta dal governo a novembre vorrebbe contribuire a risolvere questo problema. Si tratta di un trasferimento monetario di 400 euro mensili per 12 mesi dato alle donne vittime di abusi che si sono affidate a un centro antiviolenza. A erogare la somma di denaro è l’Inps dopo che la richiedente si è rivolta ai servizi sociali e ha compilato un modulo reperibile presso il Comune di residenza. Le beneficiarie del sussidio possono essere madri di figli minori oppure senza figli, cittadine italiane o straniere.

Il provvedimento è stato presentato congiuntamente dal ministero delle Pari Opportunità e dal ministero del Lavoro e istituito dal decreto Rilancio del 2020. La somma messa in dotazione è di 3 milioni di euro totali. Come per il reddito di cittadinanza l’intento della misura è quello di offrire un sostegno monetario, senza tassazione, a categorie di persone in difficoltà che vivono una condizione di povertà.

Eppure il sussidio da poco disposto ha già acceso il dibattito.  “Stiamo parlando di un fondo altamente discriminante per cui chi prima arriva prima si serve”, dichiara Simona Lanzoni, vice presidente della fondazione Pangea onlus, un’organizzazione no profit che lavora per favorire lo sviluppo economico e sociale delle donne. E subito dopo fa notare un’altra falla della misura: “Tra le beneficiarie sono escluse le donne con figli maggiorenni; una follia se si considera che molto spesso le donne vittime di violenza fanno i figli molto presto”. Anche Antonella Veltri, presidente dell’associazione nazionale D.i.Re, non è convinta dell’efficacia del reddito di libertà e sottolinea la necessità che la misura entri a far parte del welfare senza più gravare su una parte dei fondi previsti nel Piano nazionale antiviolenza come è adesso. “Ma soprattutto – aggiunge  – questo sussidio è in grado di garantire la protezione dei dati personali delle donne vittime di violenza? Se il centro antiviolenza presentasse direttamente la domanda all’Inps la riservatezza sul percorso resterebbe garantita. Ma con il passaggio attraverso i servizi sociali nessuno assicura ciò e i rischi per coloro che sono in percorsi protetti aumentano”.

C’è infine chi fa notare come il sussidio non possa eliminare la violenza economica. “Servono interventi strutturali nel mercato del lavoro – dichiara la professoressa Rinaldi- capaci di cambiare l’approccio culturale e garantire l’occupazione femminile. Purtroppo né nella legge di Bilancio né nel Pnrr questa consapevolezza viene assunta”. Dei 220 miliardi di euro del Pnrr, infatti, i fondi destinati all’imprenditoria femminile sono 400 milioni mentre nella legge di Bilancio sono 40 milioni. Numeri che rispetto all’ammontare complessivo dei fondi risultano pari a zero. Sebbene il reddito di libertà sia stato previsto anche per il prossimo anno, elevando il fondo a 4 milioni di euro, si tratta pur sempre di briciole. “Per combattere la violenza economica – conclude l’economista Azzurra Rinaldi – Serve un ripensamento culturale che adotti una prospettiva di genere in tutte le sedi pubbliche e che liberi la figura della donna dall’immagine del focolare domestico”.