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Tensione americana, cronache di violenza nell’era Trump

di Chiara Di Benedetto03 Febbraio 2026
03 Febbraio 2026

Manifestanti anti-Ice protestano a Minneapolis, 15 gennaio 2026 | Foto Ansa

Li chiamano “Ice watchers”. Pattugliano le strade di Minneapolis armati di fischietto e smartphone, pedinando gli uomini dell’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione e il controllo doganale. Il loro sistema è semplice: a turno perlustrano i quartieri della città e, non appena individuano gli agenti federali, accendono la videocamera dello smartphone e iniziano a fischiare. Per gli immigrati irregolari di Minneapolis il suono del fischietto vuol dire soltanto una cosa: scappa, nasconditi, arriva l’Ice. Poi ci sono gli avvocati che gratuitamente cercano di aiutare i richiedenti asilo prima che gli agenti li trovino, li arrestino e li deportino senza nemmeno un processo. Tutti loro, watchers e avvocati, volontari delle parrocchie e contestatori, formano una rete, il nucleo di una resistenza. “Ice out now” è il loro motto, “Streets of Minneapolis” il loro inno, Renee Good e Alex Pretti sono i loro martiri. 

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ai numerosi tentativi dell’amministrazione americana di rivendicare il proprio primato, come “esportatrice di democrazia” in Venezuela, come “pacificatrice” in Palestina, come “conquistatrice” in Groenlandia. Di dimostrare potenza e vigore per esorcizzare la paura di assistere alla fine del proprio impero. Esiste, però, la possibilità che la scintilla, l’origine del caos, non provenga dal tanto temuto nemico cinese, ma dalle viscere stesse dell’America.

Manifestanti di Minneapolis fischiano contro l’Ice | Foto Ansa

Caccia al nemico pubblico

“Il più grande programma di espulsione di massa della storia”. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha presentato così, a giugno 2025, il suo piano di gestione dell’immigrazione illegale, sul quale ha costruito buona parte del proprio successo politico. Questa linea del pugno duro non è una novità, è piuttosto l’esasperazione di un approccio che la Casa Bianca ha dai tempi di Obama e che risponde a una profonda crisi di identità del popolo americano. 

Gli elettori Maga percepiscono la comunità degli immigrati come l’origine di tutti i loro problemi. “Non è solo una questione razziale”, spiega a Lumsanews Gianluca Pastori, analista Ispi. “C’è la paura che gli immigrati portino via il lavoro o che trasformino gli Stati Uniti in una colonia dell’America Latina. Ma ci sono anche altre questioni”. Trump ha infatti ottenuto successi notevoli all’interno delle comunità dei Latinos proprio grazie alle deportazioni. I latinos integrati si sentono infatti minacciati, nel loro successo sociale, dagli irregolari. “L’attuale politica della Casa Bianca nei confronti dell’immigrazione – spiega Pastori – offre a tanti gruppi soluzioni accettabili a problemi differenti”. 

Agenti dell’Ice arrestano una famiglia di immigrati a Minneapolis | Foto Ansa

Sulle orme di Donald

Questa deriva aggressiva delle politiche sugli immigrati non riguarda soltanto gli Stati Uniti. Anche l’Europa ha di recente scelto una linea più dura: l’ultimo Consiglio Ue ha infatti approvato l’ampliamento della lista dei Paesi di origine sicura che consente di bocciare agilmente le domande di asilo. Ha poi rivisto i criteri per stabilire che un Paese terzo è sicuro e può ospitare gli immigrati in attesa di rimpatrio. Questa stretta è in parte l’esito delle pressioni messe in atto dalle forze di destra che attualmente dettano l’agenda europea. Partiti come la Lega in Italia, Afd in Germania, Rassemblement National in Francia parlano di remigrazione e vorrebbero replicare l’approccio muscolare delle politiche trumpiane. 

Il nuovo atteggiamento europeo riflette, però, anche un timore più profondo, condiviso con gli Stati Uniti, nei confronti dell’immigrazione, che è percepita come incontrollabile, strutturalmente pericolosa e risolvibile soltanto in termini repressivi. “A differenza dell’America, in Europa molte di queste politiche sono ancora a livello potenziale – spiega Pastori – eppure è possibile fare un parallelo che riguarda, per così dire, la mentalità dei due popoli”. Secondo Walter Veltroni, ex vicepresidente del Consiglio e giornalista, “l’autoritarismo e le politiche di Trump” hanno segnato la crisi dei valori occidentali. 

Il fantasma della guerra civile

Tutto si riduce agli immigrati, o quasi. La politica del pugno duro trumpiano ha prodotto una polarizzazione estremamente forte nell’elettorato americano. Il primo atto di questo dramma si è consumato in Minnesota, uno dei pochissimi Stati democratici del Midwest, con leggi molto permissive in tema di immigrazione. Al cuore di tutto Minneapolis – la città delle proteste per la morte di George Floyd – che ospita una grande comunità somala, di recente protagonista di una frode ai danni dell’amministrazione e che ha scatenato l’ira di Trump.  Proprio in quest’oasi in terra Maga, la Casa Bianca ha inviato in massa l’Ice, provocando un aumento allarmante della tensione, particolarmente pericolosa in un Paese in cui buona parte della popolazione è armata.

Manifestanti protesano contro l’Ice a Minneapolis | Foto Ansa

Gli agenti dell’Ice vengono reclutati nelle fiere di armi, nei rodei e sui social. Da quando Trump ha assegnato loro il compito di deportare tremila immigrati al giorno, i tempi di addestramento si sono ridotti drasticamente. Oggi a Minneapolis circolano persone armate, non adeguatamente formate, e sensibili a un certo tipo di retorica anti-immigrati in virtù della quale credono di godere di un ampio margine di impunità. È così che sono nati i watchers, è così che la violenza ha invaso il Minnesota, evocando lo spettro della guerra civile. Pastori spiega che nei movimenti di estrema destra statunitense esiste l’idea di una guerra interna che dovrebbe servire a rigenerare il Paese, ma parlarne oggi “è eccessivo”. 

Proteste contro l’Ice a Minneapolis, 13 gennaio 2026 | Foto Ansa

Invece secondo Giovanni Peri, direttore del Global migration center all’Università Davis della California, nonostante la de-escalation degli ultimi giorni, “in Minnesota è già in corso un conflitto aperto, e la situazione è pronta a esplodere”. Se la Guardia Nazionale, mobilitata dal governatore dello Stato, Tim Walz, venisse coinvolta contro l’Ice, “certamente si configurerebbe un conflitto intestino che si potrebbe avvicinare a una guerra civile”, spiega Peri. Dal giorno dell’assalto a Capitol Hill qualcosa sembra essersi incrinato nel dibattito politico americano. Le uccisioni di Renee Good e di Alex Pretti hanno fatto riscoprire all’America il fantasma della violenza politica e dello scontro tra governo federale e Stati. “Anche arrivare alla situazione in cui ci troviamo oggi sembrava inconcepibile un anno fa – racconta Peri – eppure siamo qui”.

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