ROMA – Tre condanne e un’assoluzione. Con il solo riconoscimento del sequestro, senza omicidio. Si è chiuso così, dopo otto ore di camera di consiglio ieri, lunedì 28 settembre, il processo per la morte di Giulio Regeni. Il ricercatore era stato trovato cadavere sulla strada che collega Alessandria d’Egitto con il Cairo il 2 febbraio 2016. Oltre dieci anni fa. I giudici hanno stabilito che Regeni venne prelevato dagli apparati egiziani il 25 gennaio 2016 al Cairo e portato in una struttura dei servizi d’intelligence locali. Su come lo studioso di Harvard venne ucciso, sulle torture subite, la corte afferma che non ci sono elementi sufficienti per condannare gli imputati individuati.
Lo Voi: “L’impianto accusatorio ha retto”
Il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l’uomo che materialmente avrebbe ucciso Giulio e per il quale era stato chiesto l’ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed sono stati condannati a 10 anni per il sequestro di persona. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è invece stato assolto da tutte le accuse. “Credo si possa dire che la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto”, ha commentato il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, aggiungendo che la sentenza riconosce che l’attività “era stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano”. Per il capo dei pm della Capitale “si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte delle autorità egiziane”.
Colaiocco: “È una sentenza storica”
Anche il suo collega di ufficio, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco parla di “una sentenza storica” che conferma “la ricostruzione della Procura”. Dalla lettura del dispositivo “sembra emergere come gli elementi raccolti nelle indagini non siano invece stati ritenuti sufficienti per ricondurre specificatamente, nell’ambito degli apparati, proprio al maggiore Sharif l’omicidio in cui è culminato il sequestro. Questo è stato evidentemente dovuto al muro di omertà dell’Egitto”. I magistrati attenderanno il deposito delle motivazioni e solo allora valuteranno se presentare o meno appello.
Tajani: “Condannate tre persone, non l’Egitto”
Nella sentenza i giudici hanno disposto una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei condannati di 200mila euro a testa per il padre e la madre di Regeni, 100mila euro per la sorella Irene e della somma di 150mila euro per la presidenza del Consiglio dei ministri. Le motivazioni verranno depositate entro 90 giorni. La decisione presa a piazzale Clodio ha provocato anche reazioni politiche. “C’è la separazione dei poteri, la sentenza è di primo grado. C’è stata una condanna, non è stato condannato l’Egitto. Sono state condannate tre persone”, ha detto in serata il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. “Noi abbiamo sempre chiesto collaborazione”. All’Egitto, ha aggiunto, “sono stati condannati e la giustizia farà il suo corso. Noi non abbiamo mai rinunciato a insistere con le autorità egiziane, in ogni incontro, su quello che per noi è fondamentale, scoprire la verità, scoprire chi sono gli assassini di Regeni”.
Schlein: “Gravi le parole di Tajani”
All’esterno del tribunale, invece, era presente la segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha abbracciato i genitori di Giulio. “Tajani ha perso un’altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese. Dimostra di non aver capito niente della sentenza di ieri, che condanna per il sequestro e la tortura di Giulio Regeni tre componenti dell’apparato di sicurezza del regime egiziano. Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi. Tajani si risparmi i toni da assoluzione di ufficio, anche perché adesso è compito del governo far rispettare ed eseguire la sentenza emessa”, ha affermato l’esponente Dem. Per Nicola Fratoianni di Avs è il momento che il governo Meloni “assuma tutte le iniziative. Il nostro Paese con quel regime non può continuare ad avere rapporti amichevoli. Ora Tajani – conclude il leader rossoverde – torni al Cairo e si faccia consegnare i responsabili del sequestro, ed esiga quella collaborazione con i nostri magistrati che per 10 anni è mancata”.
Renzi: “Innegabile responsabilità egiziana”
Matteo Renzi ricorda che sulla vicenda del ricercatore “non c’è nessuno che può negare la responsabilità egiziana e chi lo nega la realtà, al netto delle sentenze. Il mio governo richiamò l’ambasciatore, ma per essere intellettualmente onesti bisogna dire che a riprendere i rapporti con l’Egitto è stato il governo Conte, poi Draghi e Meloni”, conclude Renzi.


