CAMPOBASSO – Gianni Di Vita, padre e marito delle due donne morte avvelenate a Pietracatella, provincia di Campobasso, lo scorso Natale, è stato portato in Questura. Il commercialista è salito a bordo dell’auto della squadra mobile dopo la perquisizione di questa mattina nel suo studio. L’uomo, al momento, non risulta iscritto nel registro degli indagati per il duplice omicidio.
Le indagini sulla morte delle due donne, Sara Di Vita e sua madre Antonella Di Ielsi, per avvelenamento da ricina, hanno avuto un’accelerazione negli ultimi giorni. Al centro delle verifiche, la presenza di ricina su reperti e alimenti rinvenuti nell’abitazione delle vittime. Inoltre, nella tarda mattinata di lunedì 28 settembre, sono iniziate le operazioni di copia forense, estrazione e indicizzazione dei dati su un computer desktop Lenovo e dieci pen drive sequestrate nello stesso ufficio.
La perizia informatica
La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, ha chiesto di verificare, tra gli altri elementi, eventuali ricerche online legate alla ricina, oltre ai dati relativi al rapporto con familiari, parenti e amici, utili a ricostruire le abitudini di vita delle due donne. Alle operazioni di estrapolazione dei dati dai dispositivi elettronici hanno partecipato anche le parti: indagati, avvocati, parti offese e consulenti. Di questi, però, si è presentato solo Gianni Alfonso, consulente informatico dell’avvocato Vittorino Facciolla, il legale che assiste Gianni Di Vita.
La Procura è convinta che questi dati informatici siano la chiave per risolvere il giallo. Ma l’arco temporale delle ricerche su cui stanno indagando gli inquirenti è molto ampio; va dalla prima accensione dei dispositivi fino all’ultimo giorno del loro utilizzo. Il tempo fissato per ultimare le ricerche è di 60 giorni salvo proroga.


