“Tutti dichiarano di volerlo combattere, ma si sa che chi ottiene risultati eccezionali spesso utilizza strategie al limite delle regole”. Per Alberto Baccini, docente di Economia presso l’Università di Siena, il sistema delle citazioni fai da te è ormai una consuetudine accettata nel mondo accademico. In Italia, “esistono casi clamorosi denunciati da gruppi di studiosi che si occupano di investigare le frodi scientifiche”. – spiega l’esperto in un’intervista a Lumsanews – Ormai queste pratiche ricordano, per analogia, il doping nello sport”.
Professor Baccini, quanto è diffuso in Italia il fenomeno del publish or perish
Oggi il fenomeno non è soltanto italiano, ma rappresenta uno standard globale della scienza. Ai ricercatori viene richiesto di pubblicare molto e di essere molto citati. Esiste quindi una pressione diffusa sia sulla quantità delle pubblicazioni sia sul numero di citazioni ricevute. In Italia questa pressione è stata formalizzata con l’introduzione dell’abilitazione scientifica nazionale. Questo sistema è relativamente recente. Per molti anni la carriera accademica non è stata guidata da indicatori bibliometrici così rigidi.
Spieghi meglio questo aspetto
Per accedere ai concorsi universitari è necessario superare determinati parametri quantitativi legati alla produzione scientifica. In Italia il cambiamento è avvenuto progressivamente tra la metà degli anni Duemila e il 2010, con una forte accelerazione dopo la riforma universitaria del 2010. Con l’introduzione dell’abilitazione scientifica nazionale sono stati formalizzati gli indicatori quantitativi basati su pubblicazioni e citazioni, segnando un passaggio decisivo nella trasformazione del sistema di valutazione della ricerca.
Come funziona il sistema?
In pratica, per diventare professore associato occorre prima ottenere l’abilitazione e, per conseguirla, bisogna raggiungere soglie stabilite dall’Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca. Il sistema distingue tra settori bibliometrici e non bibliometrici. Nei settori bibliometrici, cioè soprattutto nelle cosiddette scienze dure, i criteri principali sono il numero di pubblicazioni prodotte in un certo arco temporale, il numero di citazioni ricevute e H index. Se non si superano queste soglie, di fatto non si può nemmeno partecipare alla competizione accademica.
I ricercatori come raggiungono queste soglie?
In un mondo ideale queste soglie verrebbero raggiunte semplicemente attraverso un buon lavoro scientifico: si produce ricerca di qualità, gli altri studiosi la utilizzano e la citano. Nella pratica, però, il sistema tende a incentivare comportamenti diversi. La ricerca viene spesso suddivisa nella cosiddetta “minima unità pubblicabile”. Invece di condensare risultati diversi in un unico articolo, si preferisce frammentarli in più pubblicazioni. Se un risultato può generare due articoli anziché uno, questo diventa più conveniente perché aumenta il numero complessivo delle pubblicazioni.
E per le citazioni?
Per quanto riguarda le citazioni, le strategie possono essere ancora più varie. La più semplice è l’autocitazione: ogni volta che si scrive un articolo si citano i propri lavori, anche quando non sarebbero strettamente necessari. Non tutte le autocitazioni sono scorrette, ma è possibile ampliare artificialmente il numero di riferimenti ai propri studi. Se invece di citare tre articoli realmente rilevanti se ne citano otto, quelle citazioni in più contribuiscono comunque ad aumentare gli indicatori bibliometrici dell’autore.
Quanto incide il numero di ricercatori nei paper?
Un’altra dinamica riguarda i gruppi di ricerca. Oggi gli articoli vengono scritti raramente da soli: si lavora in gruppi e i membri dei gruppi tendono a citarsi reciprocamente. Un ricercatore cita il lavoro del collega con cui ha collaborato e quel collega farà lo stesso quando pubblicherà con altri coautori. Nel tempo si crea così una rete di citazioni reciproche che alimenta gli indicatori bibliometrici.
Quali sono le conseguenze per la ricerca?
Queste pratiche possono ricordare, per analogia, il doping nello sport. Tutti dichiarano di volerlo combattere, ma si sa che chi ottiene risultati eccezionali spesso utilizza strategie al limite delle regole. Nella scienza accade qualcosa di simile: alcune pratiche sono formalmente scorrette e, se vengono scoperte, possono essere denunciate pubblicamente.
In che modo si interviene quando emergono delle revisioni sospette?
È raro aspettarsi delle sanzioni reali. Nella maggior parte dei casi l’unica conseguenza è l’esposizione pubblica del comportamento. La diffusione di questi comportamenti sta diventando così ampia che è difficile contrastarla. Convincere le istituzioni ad intervenire non è semplice. Quando un caso diventa pubblico, a volte si verificano reazioni, ma spesso le eventuali misure vengono adottate in modo poco trasparente e senza una reale comunicazione all’esterno.
Anche in Italia?
In Italia questo problema appare particolarmente accentuato. Esistono casi clamorosi denunciati da gruppi di studiosi che si occupano di investigare le frodi scientifiche. Spesso questi casi circolano nella letteratura internazionale e in piattaforme specializzate, ma quando arrivano nel dibattito finiscono per ricevere poca attenzione.
Parliamo del fenomeno delle review mills
Si tratta di reti di revisori che si scambiano valutazioni favorevoli o utilizzano il processo di revisione per rafforzare le proprie citazioni. È emerso solo di recente. Per molto tempo è stato difficile studiare queste dinamiche perché i processi di peer review erano completamente riservati. Alcune riviste hanno iniziato a sperimentare forme di open review, rendendo pubblici i rapporti dei revisori dopo la pubblicazione degli articoli. Analizzando lo stile di queste revisioni è diventato possibile individuare pattern sospetti e ricostruire eventuali reti di revisione coordinate.
Faccia qualche esempio
Esistono anche casi in cui i revisori suggeriscono sistematicamente di citare i propri lavori nei rapporti di revisione. In alcune situazioni sono stati individuati report quasi identici tra loro, nei quali il revisore invita sempre ad aggiungere riferimenti a una serie di articoli di cui è autore. Questo tipo di comportamento può contribuire a far crescere artificialmente il numero di citazioni ricevute.
Anche in Italia funziona così?
In Italia il sistema non prevede un ritorno economico diretto per questo tipo di pratiche. I revisori non vengono pagati per le revisioni e non ricevono compensi per il numero di citazioni o di articoli pubblicati. Il vantaggio è soprattutto di tipo accademico: migliorare gli indicatori bibliometrici aumenta le probabilità di avanzamento nella carriera universitaria. In altri paesi esistono casi in cui i ricercatori vengono premiati economicamente per le pubblicazioni o per le citazioni ricevute, ma in Italia questo accade solo in maniera marginale e attraverso iniziative locali di singoli dipartimenti. Il principale incentivo resta la progressione di carriera.
Quanto è difficile individuare revisioni sospette?
Per chi cerca di individuare articoli sospetti non esistono criteri semplici o universali. Non ci sono pattern facilmente riconoscibili. Alcuni ricercatori hanno sviluppato strumenti per individuare possibili anomalie, ad esempio cercando nei testi scientifici frasi insolite generate da traduzioni automatiche o da strumenti di riformulazione. In altri casi si analizzano pattern linguistici o bibliometrici per segnalare articoli potenzialmente problematici, che poi devono essere esaminati uno per uno.
In che modo si sta muovendo la comunità scientifica per contrastare il fenomeno ?
Molte delle indagini sulle frodi scientifiche sono portate avanti da piccoli gruppi di ricercatori e analisti che lavorano spesso in modo indipendente. Queste persone dedicano molto tempo a individuare comportamenti sospetti e a documentarli pubblicamente, ma incontrano spesso grandi difficoltà nel portare questi casi all’attenzione del pubblico più ampio.


