Covid, difficile coesistenzatra economia e vite umane"Necessaria una mediazione"

Parla l'esperto di etica Stefano Biancu "Bisogna ascoltare virologi ed esperti"

Ieri il presidente del Parlamento tedesco Wolfgang Schäuble ha rilasciato una intervista al quotidiano Der Tagesspiegel in cui ha detto di non essere d’accordo quando sente dire che di fronte alla tutela della vita e della salute tutti gli altri diritti fondamentali devono arretrare. “La dignità delle persone è intoccabile. Ma questo non esclude che dobbiamo morire”, ha affermato. Lumsanews ha ascoltato in merito il parere del Professor Stefano Biancu, docente di Etica del Dipartimento di Scienze Umane presso l’Università Lumsa di Roma.

Professor Biancu, secondo lei la vita umana vale più dell’economia?

“Prima di tutto una visione tutta bianca o tutta nera va evitata. L’uomo non può prescindere dal fattore economico, è evidente. Non possiamo mettere in contrapposizione netta la vita all’economia. Si può anche morire di fame. C’è una questione di civiltà che è essenziale. La capacità di riconoscere che anche chi è diverso da me è umano e la sua vita vale quanto la mia. Porsi il problema della difesa delle vite più vulnerabili come criterio che debba orientare la nostra azione è fondamentale. Non si tratta di sacrificare l’economia alla vita, ma di dire che rimaniamo umani se ci poniamo questo problema. L’alternativa non può essere tra vita ed economia. Dobbiamo porre al centro della nostra attività la difesa di chi è più fragile, a costo di sacrificare tutti qualche cosa”.

Quindi non crede che ci sia nel lungo periodo il rischio di un trade-off tra il costo economico di tenere tutto chiuso e il salvataggio delle vite umane?

“Abbiamo una alternativa tra due beni possibili e questo costituisce un dilemma. La domanda è a quale bene dare la priorità, cercando però di non perderne nessuno. Bisogna trovare una mediazione, il migliore equilibrio possibile. Non possiamo sacrificare tutto per difenderci dal virus perché altrimenti saremmo vittime di altre cose. Però allo stesso tempo non possiamo sacrificare troppe vite in nome dell’economia”.

Il Professor Stefano Biancu, docente di Etica presso l’Università Lumsa di Roma

Secondo lei è giusto che in Italia i virologi abbiano tutto questo potere decisionale? Non c’è il rischio che la politica venga deresponsabilizzata?

“Veniamo da una stagione in cui gli esperti sono stati visti come il male. È bene che ci si affidi al loro parere. È fondamentale e devono essere ascoltati perché altrimenti diventiamo tutti come Trump, che invita ad iniettarsi disinfettante nelle vene. Però poi bisogna fare un bilancio e trovare un equilibrio tra più prospettive. Un virologo dice ciò che è giusto fare per fermare il virus ma questa non è la sola minaccia che ci troviamo a dover affrontare. Penso che alla fine non debba essere lui il decisore finale perché bisogna soppesare anche altre minacce. È qui che entra in gioco la politica”.

Il confronto tra le gestioni italiana e tedesca dell’emergenza sanitaria, evidenzia che noi abbiamo più del quadruplo dei decessi e la nostra economia è molto più in difficoltà. 

“Da cittadino che vive a Milano mi viene il legittimo dubbio che l’Italia avrebbe potuto fare qualcosa di diverso. Gli ospedali in Lombardia sono stati un luogo di contagio. Questo penso sia stato un errore enorme che può essere giustificato all’inizio dal fatto di essere stati presi in contropiede. Ma poi si è ripetuto nel tempo. Se si fosse controllato meglio tutto dall’inizio, forse non ci sarebbe stato bisogno di ricorrere alle chiusure estreme. Forse la differenza di letalità del virus tra i due paesi è dipesa da questo”.

Vivendo in Lombardia, come valuta il fatto che un territorio così duramente colpito dal virus potrà riaprire allo stesso ritmo del resto d’Italia?

“Confido nella responsabilità delle singole persone. Non mi preoccupano le riaperture graduali, perché sono limitate. Mi preoccupa invece che manchi un controllo diffuso su chi ha incontrato il virus e chi invece no. Tante persone con i sintomi non sono mai state sottoposte a tampone. Capisco che all’inizio ci si sia fatti cogliere impreparati, non si poteva prevedere tutto. Ma ora sono passati tre mesi. Sono stati investiti milioni di euro per ospedali che poi fortunatamente non sono serviti. Penso che qualche risorsa si potesse destinare anche a una indagine a campione sulla popolazione, per capire quanto al momento sia diffuso il virus nel Paese”.

Diana Sarti

Nata a Roma nel 1995, si è laureata in scienze politiche alla Luiss. Scrive soprattutto per il web, con particolare attenzione agli esteri. Appassionata di teatro e Giochi olimpici, ha scritto spesso di nuoto e atletica leggera. Viaggiatrice da sempre e poliglotta, parla cinque lingue.