Francesco Perrone presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom)

"La carenza degli oncologi tra i banchi di scuolaè un problema per il futuro"

Francesco Perrone, presidente Aiom: "Facciamo di più che prescrivere farmaci

La carenza degli oncologi già tra i banchi di scuola oggi rappresenta un grosso problema di domani. A sottolinearlo è Francesco Perrone presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica. L’esperto spiega a Lumsanews che “prendere in cura un paziente oncologico non significa solo fare una diagnosi e somministrare dei trattamenti”.

Come mai il numero degli oncologi in Italia è diverso da regione a regione?  

“Il dato della variabilità degli oncologi tra le regioni è solo in parte spiegabile con l’incidenza del cancro. Credo che sia una conseguenza della gestione federale della sanità in Italia che porta a disparità regionali anche su investimenti e scelte strategiche.”

Gli oncologi in Italia sono sufficienti? 

“Non sono sufficienti. A partire dallo scorso anno nelle scuole di specializzazione molti posti sono rimasti vuoti. Questa crisi si inquadra in una generale diminuzione di attrattività del settore sanitario che inizia a coinvolgere anche l’oncologia. I numeri di oggi rappresentano il problema di domani. I dati del report “I numeri del cancro in Italia 2023” mostrano un’incidenza dei tumori in aumento costante, ma anche un miglioramento delle cure che si traduce sia nell’aumento delle guarigioni, sia nella cronicizzazione della malattia. Si tratta di un grande risultato. In questo modo però si aumenta il carico di lavoro degli oncologici perché significa seguire più pazienti. Cresce anche la complessità delle cure e diminuisce l’attenzione che vorremmo porre a una presa in carico più generale del paziente. Prendere in cura un malato non significa solo fare una diagnosi e somministrare dei trattamenti, ma significa prenderlo in cura in maniera più ampia. Parliamo di malattie con un impatto emotivo sia sul paziente che sulla famiglia. Tutto questo richiede tempo e disponibilità, e noi andiamo nella direzione opposta.”

C’è differenza nella prestazione e nell’adesione alla campagne di prevenzione nelle regioni?

“Sì, ci sono differenze. L’Italia è abbastanza lontana dal target che l’Europa richiede sui programmi di screening. Anche in questo caso ci sono inoltre delle differenze tra le macro-regioni italiane. Da molti anni si osserva un trend nord, centro, sud progressivamente decrescente, con il meridione ancora molto indietro rispetto ai tassi di screening delle regioni settentrionali. La macroregione sud e isole, con fatica, tende a risalire nella performance ma a una velocità troppo bassa. Quest’anno anche al nord si vede un’inversione di tendenza. Le regioni che erano quasi vicine ai livelli indicati dall’Europa hanno un calo.

In questo modo ci allontaniamo sempre dall’obiettivo fissato dall’Europa?

“Il target europeo è una misura del diritto dei cittadini ad avere il meglio possibile. Non raggiungere quell’obiettivo significa non tutelare il diritto alla salute. Il successo dello screening è la combinazione di due passaggi: l’offerta e la risposta cittadini.  Il problema è nell’offerta che l’Italia continua a gestire con modalità antiche che non funzionano. Si ritorna sempre alla variabilità dell’approccio regionale. Non abbiamo un sistema che sfrutti le nuove tecnologie. 

Che cosa si dovrebbe fare?

“Quella degli screening è una macchina organizzativa complessa che deve essere sostenuta dallo Stato, e che richiede personale e soldi. Non si organizzano gli screening in carenza di persone e quasi tutte le regioni, soprattutto al sud, sono in difficoltà. Sono in difficoltà anche le regioni più ‘virtuose’. In Lombardia c’è uno spostamento dell’equilibrio verso la sanità privata a danno di quella pubblica e le cose cominciano a non funzionare”. 

Il nord si fa inoltre carico dei malati di altre regioni che migrano in cerca di cure in centri più specializzati presenti nel meridione. Questo non aggrava ancora di più il sistema?

“I malati che realmente hanno bisogno di spostarsi lontano dalla propria regione per essere curati  sono veramente una minoranza. La migrazione sanitaria è una diretta conseguenza non solo delle lunghe liste d’attesa ma della strategia delle regioni che hanno un elevato sviluppo della sanità privata. Se da una parte c’è il servizio sanitario nazionale e le reti oncologiche che lavorano per disincentivare la migrazione, dall’altra parte c’è chi ne trae un beneficio economico. Beneficio che aumenterebbe qualora dovessimo andare verso l’autonomia differenziata”.

Alessandra Bucchi

Sono laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali con una laurea magistrale in Conflitti, Studi Strategici e Analisi di Politica Estera. Ho anche fatto un tirocinio presso un'agenzia di marketing digitale.