ROMA – Dopo un lungo cursus honorum tra i ranghi delle forze dell’ordine, Franco Gabrielli scende in campo in vista delle prossime elezioni. L’ex capo della Polizia di Stato ha deciso di affiancare Ernesto Maria Ruffini nel progetto di Più Uno, mettendo la propria esperienza al servizio della costruzione di “una nuova idea di Paese”. Una scelta maturata dopo 38 anni nelle istituzioni e che, nelle sue parole, non nasce dalla ricerca di un incarico: “Non ho chiesto ruoli o garanzie. Prima viene il progetto, poi il resto”.
Gabrielli torna così alla politica dopo gli anni trascorsi nelle istituzioni. Da ragazzo aveva militato nella Democrazia cristiana di Benigno Zaccagnini, prima di scegliere la carriera nella pubblica sicurezza e arrivare ai vertici dello Stato. Oggi considera quel passaggio non come una rottura, ma come una prosecuzione della stessa idea di servizio. “Torno alla politica con la stesso spirito che ha accompagnato tutta la mia vita pubblica», spiega, richiamando l’articolo 54 della Costituzione e i valori di «disciplina e onore».
Il centrosinistra e il nuovo centro
Il progetto, per Gabrielli, è chiaro: “La nostra collocazione è nel centrosinistra”, senza ambiguità. L’obiettivo è allargarne il perimetro e renderlo “più largo, credibile e capace di governo”. Non un centro separato dagli schieramenti, né una somma di sigle unite soltanto dall’opposizione alla destra, ma un’alleanza costruita attorno a un’idea comune del Paese.
In questa prospettiva non ci sono veti preventivi. Sul possibile coinvolgimento di Matteo Renzi, Gabrielli osserva che il leader di Italia Viva “da tempo dichiara di volersi collocare nel centrosinistra” e che questo “non può essere ignorato”. Quanto a Carlo Calenda, leader di Azione, preferisce non parlare di un suo “recupero”: il progetto, dice, dovrà essere abbastanza convincente da poter dialogare anche con lui e con il suo elettorato.
La stessa cautela riguarda le primarie. Possono essere uno strumento utile, ma soltanto dopo aver definito programma, perimetro politico e regole comuni. “Sarebbe un suicidio organizzare le primarie come una conta tra partiti”, avverte. Ruffini ha già dato la propria disponibilità a candidarsi, ma per Gabrielli “la candidatura deve essere al servizio di un progetto”.
Sicurezza e immigrazione
È sui temi che hanno accompagnato la sua carriera che Gabrielli mette in campo la propria esperienza. L’Italia, sostiene, è tra i Paesi più sicuri sul fronte dei reati violenti, ma le statistiche non bastano a spiegare la percezione dei cittadini. Rapine, borseggi e fenomeni concentrati in stazioni, periferie e aree degradate possono modificare concretamente il modo in cui una persona vive la propria città.
Per questo, secondo Gabrielli, la risposta deve muoversi su due piani: maggiore controllo del territorio e intervento sulle cause del disagio, dalla marginalità alla precarietà, dalle dipendenze alla mancata integrazione. “La sicurezza è una funzione di polizia; non è mai soltanto un problema di polizia”, dice.
Anche sull’immigrazione propone una gestione che tenga insieme flussi legali, procedure più rapide, rimpatri effettivi e integrazione. Un sistema oggi frammentato tra diverse amministrazioni che, nella sua visione, dovrebbe essere ricondotto a una struttura capace di governare il fenomeno nel suo complesso.
Il giudizio sul governo e l’Ucraina
Il giudizio sull’esecutivo di Giorgia Meloni è invece critico. La stabilità, osserva Gabrielli, “è uno strumento, non un risultato politico in sé”. A suo avviso, nonostante la durata del governo e la maggioranza parlamentare, diverse promesse su immigrazione, sicurezza, pressione fiscale, pensioni e riforme istituzionali non hanno prodotto i risultati annunciati.
Sul fronte internazionale, Gabrielli sostiene il diritto dell’Ucraina a difendersi e considera giusto continuare a sostenerla anche militarmente. Ma, aggiunge, la diplomazia deve tornare ad avere un ruolo centrale. “La pace deve fermare la guerra, senza premiare l’aggressione”, afferma.
Il suo ritorno in politica parte dunque da una scelta precisa: non costruire un nuovo spazio intorno a una singola candidatura, ma provare a dare forma a una comunità più ampia. Il radicamento, avverte Gabrielli, non si fa nelle conferenze stampa: “Si costruisce nei territori, coinvolgendo cittadini, amministratori, associazioni, competenze”.


