Natalia (nome di fantasia) vive in Italia da vent’anni, ma le sue radici sono legate all’isola di Sachalin. Guarda alla guerra come a una tragica “disputa tra fratelli” alimentata da interessi americani e dalla debolezza di Zelensky. Divisa tra l’orgoglio per lo spirito russo – che definisce “indomito” – e l’angoscia costante per il figlio rimasto in patria, Natalia descrive una Russia che non si piega, pur pagando il prezzo altissimo di cimiteri che continuano ad allargarsi e di un futuro sempre più incerto.
Come è cambiata la vita in Russia dall’inizio della guerra?
“Per me non è cambiato nulla: tutto il mondo è in crisi e le difficoltà che viviamo qui sono le stesse che vedo in Italia, tra carovita, prezzi alle stelle e disoccupazione. Ma la Russia non è tutta uguale. Grandi metropoli come Mosca e San Pietroburgo sono mondi a parte rispetto alle aree rurali. Anche la percezione della guerra cambia radicalmente a seconda di dove ti trovi”.
Qual è la sua posizione rispetto alla guerra?
“Non voglio schierarmi, ma la realtà è che i potenti guadagnano mentre la gente muore. Gli americani sono ovunque e l’Ucraina è solo l’ultimo tassello, come già accaduto in Iraq o in Iran. È un’occupazione strategica: hanno svuotato il Paese per favorire altri interessi e insediare una nuova classe dirigente che non va certo a combattere. Al fronte mandano persone pacifiche che la guerra non la vogliono, mentre chi è al potere si nasconde dietro motivi religiosi o politici. L’Ucraina è stata occupata solo perché la sua terra è diventata terreno di profitto”.
Ci sono tanti giovani soldati che muoiono in questa guerra. C’è la percezione in Russia di questo?
“Nella società russa la consapevolezza dei morti c’è, ma viene sistematicamente nascosta. La propaganda evita di dare numeri sui giovani caduti perché il suo unico obiettivo è continuare a reclutare. Ma la realtà emerge quando le persone vanno ai cimiteri: lì non si può mentire. Si vedono con i propri occhi le enormi aree nuove, intere sezioni aggiunte per ospitare le migliaia di soldati che non tornano più”.
Come vengono reclutati? Scelgono loro per la maggior parte di andare in guerra o vengono chiamati, magari anche con l’offerta di tanti soldi?
“Nessuna somma di denaro vale la vita di un essere umano. Quei soldi non contano nulla. Quattro anni fa, allo scoppio della guerra, ho chiamato mio figlio di 36 anni per essere chiara: “Non sporcarti le mani, questo non è il nostro gioco”. Lui ha le idee ferme e non andrà a combattere, ma la paura resta: il timore costante che un giorno possano bussare alla porta per portartelo via. È un’angoscia che condividiamo in molti”.
Ha mai sentito di ragazzi che vengono assoldati con l’inganno?
“Per mesi molti giovani sono stati ingannati, spinti ad arruolarsi per qualche soldo in più senza capire cosa li aspettasse o se sarebbero mai tornati. Ci sono famiglie che hanno perso tutto — mariti, padri, figli — senza ricevere alcun risarcimento per il loro sacrificio. Spesso i soldati cadono in questa trappola per pura ignoranza: vengono mandati al fronte senza rendersi conto della realtà finché non è troppo tardi”.
Chi ha la responsabilità di questa guerra secondo lei?
“Gli americani, che puntano solo al controllo di risorse come gas e petrolio. Per noi il quadro è chiaro: dietro il conflitto c’è un’alleanza tra Ucraina, Stati Uniti e Israele per il controllo del territorio. È una percezione che avevamo da tempo e che ora è diventata una certezza. Ma la responsabilità maggiore ricade su Zelensky: un comico diventato presidente che non è minimamente in grado di gestire una situazione così drammatica”.
Crede che questo conflitto possa finire presto?
“Questa è una guerra tra fratelli, la disputa più difficile da risolvere. Ma la Russia resta un Paese visceralmente libero, a differenza di Cina o India dove le persone vivono come robot o chiuse nelle proprie caste senza mai ribellarsi. Al potere piacciono i popoli che non fanno rivoluzioni, ma noi russi non ci facciamo mettere i piedi in testa. È questo nostro spirito indomito a dare fastidio al mondo”.


