"Il salario minimodarà una spintaalla contrattazione"

Guido Lutrario (Usb) a Lumsanews "La direttiva europea è troppo ambigua"

Guido Lutrario, membro dell’esecutivo nazionale dell’Unione sindacale di base (Usb), intervistato da Lumsanews, ha esposto la linea dell’Usb sulla legge per istituire un salario minimo.

L’Usb che posizione ha sull’introduzione di un salario minimo?

“Siamo favorevoli alla sua introduzione, come abbiamo affermato quando il ministero del Lavoro, guidato da Nunzia Catalfo, convocò per diversi round il tavolo con le parti sociali di confronto sul tema. Noi eravamo gli unici d’accordo, con una serie di specifiche. Ci abbiamo tenuto a sottolineare che questo minimo dovesse riferirsi ai cosiddetti minimi tabellari presenti in qualsiasi contratto e che non possono scendere al di sotto di 9 euro. Tra l’altro questa cifra era stata proposta dal governo, noi avevamo proposto 10. Ma ci accontenteremmo del 9, anche perché il presidente dell’Inps, il professor Tridico, aveva dichiarato che portare il salario minimo a 9 euro avrebbe rappresentato un miglioramento salariale almeno per 2 milioni e 300 mila lavoratori”.

Ma non tutti sono d’accordo con voi…

“No, sono tutti contrari, a partire dai sindacati. Qua siamo al paradosso: un governo che chiama le organizzazioni sindacali e chiede: “Vogliamo alzare i salari?”, e i sindacati che non vogliono”.

Ma come mai c’è questa differenza di visioni?

“La tesi che sostengono le organizzazioni sindacali, come già successo durante i round al ministero del Lavoro, è che stabilire per legge i minimi salariali rappresenterebbe un’indebita intrusione del legislatore in una materia che va lasciata alla contrattazione. Abbiamo ribattuto che la contrattazione non è stata in grado, nel corso di questi decenni, di salvaguardare i salari. Anzi, se la legge venisse istituita domani, e i datori di lavoro dovessero adeguarsi, in una fase di transizione, come prevista dalla proposta di legge, questo provocherebbe una spinta verso l’alto della contrattazione. Se sotto il 9 non si può scendere, di conseguenza tutti i livelli superiori avrebbero diritto a un rialzo. C’è un altro argomento che Cgil Cisl e Uil sostengono. Il problema dei salari bassi sarebbe dovuto ai contratti pirata. Il Cnel ha indicato che sono quasi mille contratti nel nostro Paese. Tra i 200 e i 300 sono stati firmati da Cgil Cisl e Uil, tutti gli altri sono stati firmati da organizzazioni sindacali di comodo e piccole organizzazioni datoriali che si sono messe d’accordo per dei contratti peggiorativi rispetto ai contratti di Cgil Cisl e Uil. Quindi loro dicono che se si eliminassero questi contratti pirata, noi avremmo risolto il problema. Ma anche molti dei loro contratti sono sotto una soglia di decenza”.

Una legge sulla rappresentanza quindi non servirebbe?

“Il mondo del sindacalismo di base, da quando esiste, chiede una legge sulla rappresentanza sindacale. Noi abbiamo anche scritto delle proposte. Non c’è in Italia, tranne che per il pubblico impiego, una legge in cui si certifichi la effettiva rappresentatività di un’organizzazione. Non essendoci un conteggio non c’è riscontro, e l’unico criterio utilizzato è quello di aver sottoscritto un contratto. Ma questo poteva funzionare una volta. Per cui ci sarebbe un grande bisogno di una legge democratica, ma di fatto questa discussione non si apre mai”.

Per il momento il problema del salario minimo non sembra rientrare nel programma di rilancio del Paese del governo.

“Assolutamente no. Apparentemente noi avremmo un’arma a nostra disposizione, una raccomandazione della Commissione europea che dice ai governi di istituire il salario minimo.”

Ma non parte tutto dalla direttiva?

“La direttiva, per come è fatta, non vale nulla in Italia. Perché lascia le porte aperte: il salario o viene messo con una soglia, o viene considerato come il salario minimo stabilito dai contratti. E questo è il discorso che fanno i sindacati, che sostengono che un minimo c’è già. Sostanzialmente, è una direttiva che non ha alcuna valenza. Avrebbe dovuto dire che la legge deve stabilire una soglia, ma se questa viene rimandata alla contrattazione la situazione non cambia. È solo il segno che in Europa si è capito che c’è un problema salariale, e invitano a considerarlo, ma non sono raccomandazioni che vengono ascoltate. La direttiva è troppo ambigua”.

Al di là del fissare la soglia, una legge di questo tipo come dovrebbe essere strutturata? Perché altri sindacati sostengono che non si tratti solo del salario, ma di un sistema di tutele.

“Questa argomentazione è finta. Dicono che non si sa cosa c’è dentro questi 9 euro, ma se la legge viene scritta bene si capisce. Se diciamo che i 9 euro sono i minimi sotto i quali i minimi tabellari non possono scendere, diventa chiarissimo. E non sarebbe materia di contestazione. Ma tutte le maggiori organizzazioni sindacali e quelle autonome erano contrarie, Confindustria da sempre è contrario. Con questo governo, molto più orientato verso Confindustria, l’argomento è uscito di scena. “

Si parla anche di modificare il reddito di cittadinanza

“Certo, perché se ti danno 500 euro, con una famiglia numerosa qualcosa in più, andare a lavorare per 600 o 700 euro ci si pensa un attimo. Intanto si prende il reddito, e poi magari si cerca qualcosa a nero. Ma il problema non è il reddito di cittadinanza, sono i salari che sono troppo in ritardo.”

Ma la necessità di intraprendere la via legislativa è dovuta a una mancanza di polso da parte dei sindacati o ci sono altri fattori?

“Le organizzazioni sindacali, al di là della loro complicità – a nostro dire – con i datori di lavoro, hanno subito un indebolimento. Ai tavoli negoziali e nei rinnovi contrattuali si assiste a un arretramento. Un tempo, quando c’era il rinnovo contrattuale, il lavoratore lo aspettava perché era l’occasione per migliorare la propria situazione. Ora, invece, il rinnovo è il momento in cui la situazione peggiora”.

A cosa è dovuto?

“I fattori sono vari. C’è stata una frammentazione della forza lavoro che ne ha causato un indebolimento, mentre i sindacati sono diventati parte del sistema. Stanno dentro una gestione del sistema e vivono in rapporto con i datori di lavoro in senso collaborativo. Siamo dentro a una società fortemente corporativizzata in questo senso.  Poi c’è anche una perdita di potere effettiva dei lavoratori. La precarizzazione del lavoro ha messo milioni di lavoratori in una condizione di ricattabilità continua”.