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HomeEsteri Inna, russo-ucraina: “Piango per le nostre famiglie divise”

“La guerra voluta da Putin
sta dividendo intere famiglie
ma bisogna rimanere umani”

Figlia di madre ucraina e padre russo

“In Russia sono stata discriminata”

di Greta Giglio22 Marzo 2026
22 Marzo 2026
Russia

Inna

Inna è originaria del Lugansk, nel Donbass. Nata da madre ucraina e padre russo, dal 2020 abita in Italia, ma da ragazza ha vissuto per diversi anni a San Pietroburgo. Dal 24 febbraio 2022, molti dei legami che aveva in Russia si sono infranti sul muro dell’ideologia. Continua a coltivare alcuni contatti, soprattutto per riuscire a capire cosa spinga i russi a sostenere la guerra di Vladimir Putin.

Perché è arrivata al punto di tagliare i ponti con una parte della sua famiglia?

“Mio padre non è mai stato con noi. L’ho visto per la prima volta nella mia vita a venti anni, quando lui mi ha cercata. Mi ha aiutato a prendere la cittadinanza russa, ma con lo scoppio della guerra ha cominciato a ripetermi le parole che sentiva da Putin: ‘Tu non sei ucraina. Il tuo Paese non esiste, voi non esistete come popolo’. Io rispondevo: ‘Sta scritto sul mio certificato di nascita: mamma ucraina e papà russo’ e allora la sua argomentazione era: ‘Voi siete tutti fascisti e noi dobbiamo eliminare il fascismo. E poi tanto i presidenti hanno già deciso tutto, domani l’Ucraina sarà divisa in piccoli parti. Dalla gente non dipende niente’”.

Perché c’è questa convinzione tra i russi?

“Dalla guerra del 2014 il governo russo ha portato avanti una propaganda massiccia ovunque, persino nelle scuole. In passato eravamo considerati i fratelli maggiori dei russi. Ma nei fatti c’è sempre stata discriminazione. Ho vissuto dieci anni a San Pietroburgo e prima di ottenere la cittadinanza dovevo pagare più tasse e avevo problemi con il lavoro e i documenti”.

Cosa spinge i russi ad arruolarsi nell’esercito?

“Ci sono persone che si arruolano solo per avere potere e uno scopo nella vita. Ma da quanto so, la maggior parte lo fa più per i soldi che per le idee. Anche con il rischio di morire. Credono che, se muoiono, alle famiglie daranno ancora più soldi. In più sono incoraggiati e giustificati da tutti: vicini, professori, la televisione”.

E cosa spinge i più giovani?

“Posso raccontare la storia della sorella di una mia amica. Si è trasferita dal Donbass in una città nel nord estremo della Russia. Qualche tempo fa ha deciso di mandare nell’esercito il figlio che non aveva ancora 18 anni. Eppure sapeva cosa fosse la guerra: l’ha visto quando, nel 2014, i compagni di classe tornavano in Donbass a pezzi in bare di ferro. Ma ha mandato il figlio perché pensava stesse buttando la sua vita. In tv facevano questi annunci di reclutamento solo per addestramento, quindi era tranquilla. Invece dopo 3 o 4 mesi hanno mandato il ragazzo vicino Kursk. Lei ha cominciato a cercare qualcuno a cui chiedere aiuto, ma le organizzazioni che una volta si occupavano di diritti sono state perseguitate e i membri sono scappati all’estero”.

Quindi un ragazzo russo combatte contro il Paese della propria zia? 

“Siamo tanti in queste condizioni, con le famiglie divise. Questa mia amica è riuscita a comunicare con il nipote, che le ha detto: ‘Zia, io non voglio andare in guerra. Ho paura. Se domani dovrò uccidere degli ucraini, mi perdoni? Riesci a rimanere mia zia?’. Lei ha risposto: ‘Sì, io rimango sempre tua zia, non ti preoccupare’. Poi lui le ha chiesto: ‘Zia, ma secondo te io chi sono? Russo o ucraino?’. È solo un ragazzo che non capisce chi è e sta lì, in guerra. La mia amica non sa cosa dirgli. Per me è semplice: non importa chi sei e che passaporto hai. L’importante è rimanere sempre un essere umano”.

Le notizie dal campo arrivano in qualche modo ai cittadini russi?

“I soldati possono comunicare con i propri parenti in Russia, ma nessuno va a dire in giro quello che i ragazzi raccontano: che non colpiscono solo siti militari e che la guerra non è come viene raccontata in televisione. Anche i genitori hanno paura, se vengono a prenderti non ti aiuta nessuno. Ti possono mettere in prigione con l’accusa di terrorismo, con un minimo di dieci anni di detenzione. Io sto cercando di capire quanta gente è contraria a questa guerra e non parla. Per me è importante, ma non riesco ad avere abbastanza informazioni, perché sono tutti chiusi. Sicuramente conta la paura”.

Chi va in guerra non si rende conto del prezzo che sta pagando?

“Anche quando lo capiscono, non si pentono. Secondo me è una questione di psicologia. Cercano sempre una giustificazione: ai soldati danno medaglie, soldi, lavori importanti. Diventano qualcuno nella società e in Russia, per tanta gente, essere qualcuno conta tanto. Quando muoiono i giovani, le madri piangono però sono anche molto orgogliose. Ricordo un verso dell’inno Internazionale comunista: “Non siamo niente, saremo tutto”. Morire per la patria significa diventare un eroe. Ma a cosa serve che un figlio diventi un eroe se non è vivo?”.

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