L'Italia e l'istruzionenei prossimi due anniprevisti tagli di 4 miliardi

Tra 2009 e 2017 meno 0,8% per 3,8% spesi peggio di noi solo 3 Stati in Europa

L’Italia e la spesa per l’istruzione. A che punto siamo? La risposta è nei dati, come mostra Youtrend, che non sono incoraggianti. Nel dicembre del 2019 il Parlamento ha dato il via libera alla legge di bilancio per il triennio 2020-2022.  Al Miur, Ministero di Istruzione, Università e Ricerca sono stati destinati all’incirca 60 miliardi e mezzo di euro per il 2020 con un incremento di 113 milioni rispetto all’anno precedente. Ma nei prossimi due anni sono stati previsti tagli progressivi per 4 miliardi di euro.

Da notare poi che dalla crisi economica del 2008 quasi tutti i Paesi europei hanno ridotto le risorse in percentuale al Pil destinate all’istruzione, compresa l’Italia. Secondo Eurostat nel 2017 il Paese ha investito in totale il 3,8% del Pil nel settore scolastico-universitario quando la media europea era del 4,6%. Nel 2009, otto anni prima, l’Italia investiva il 4,6% quando la media europea era del 5,2% quindi in questo lasso di tempo c’è stata una diminuzione dello 0,8% in Italia e dello 0,6% in Europa. Per avere un confronto, nello stesso periodo preso in considerazione la Grecia, fortemente colpita dalla recessione, ha diminuito l’investimento nell’istruzione di soli 0,2 punti percentuali. Peggio dell’Italia fa invece il Portogallo che in otto anni ha tagliato l’1,9% anche se nel 2009 le risorse destinate all’istruzione erano piuttosto alte: 6,5% del Pil. Quindi nonostante il taglio, nel 2017 hanno speso comunque più dell’Italia, ovvero il 4,6%. Costanti sono rimasti invece i budget per l’istruzione di Francia e Germania che hanno visto un calo di due o tre decimali di punto percentuale nel periodo 2009-2017.

Dunque l’Italia ha puntato molto poco sull’investimento nel settore dell’istruzione. In Europa peggio di noi hanno fatto solo Bulgaria, Irlanda e Romania. Con la crisi causata dal Covid-19 l’Italia dovrà non solo compensare anni di bassa spesa ma anche ripensare l’istruzione a distanza per evitare che il digital divide crei solchi ancora più marcati nella preparazione scolastica di bambini di famiglie meno abbienti.

Diana Sarti

Nata a Roma nel 1995, si è laureata in scienze politiche alla Luiss. Scrive soprattutto per il web, con particolare attenzione agli esteri. Appassionata di teatro e Giochi olimpici, ha scritto spesso di nuoto e atletica leggera. Viaggiatrice da sempre e poliglotta, parla cinque lingue.