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HomeEsteri La psicologa: “Profondi ostacoli in Russia alla libertà di espressione sul conflitto”

“L’opinione dei russi è divisa
tra paure e convinzioni
C’è una stanchezza generale”

La psicologa: “Il sistema usa la gente”

Pesa l’assenza di alternative politiche

di Greta Giglio23 Marzo 2026
23 Marzo 2026
Russia

Giovani dei movimenti patriottici tengono in mano una grande bandiera russa durante l'evento dedicato all'anniversario dell'annessione della Crimea, San Pietroburgo | Foto Ansa

Sono diversi gli studiosi che si occupano di raccogliere e analizzare informazioni sull’opinione delle masse in Russia. Oggi rilasciare interviste ai giornalisti, soprattutto stranieri, li espone a rischi troppo elevati. Tuttavia, la psicologa Anastasia (nome di fantasia) si è resa disponibile a condividere con Lumsanews alcuni dei risultati raggiunti dal team di esperti con cui ha lavorato a Mosca.

Quali sono gli elementi che prevalgono nell’opinione dei russi rispetto alla guerra?

“Dai dati provenienti da interviste, abbiamo riscontrato che gli ostacoli alla libera espressione degli individui sono più profondi di quanto possa sembrare a prima vista. Abbiamo registrato tre motivazioni: la necessità di uscire vincitori da questa guerra, il ricordo delle dure repressioni del 2022 e soprattutto la convinzione che non ci sia alcuna alternativa al modo in cui attualmente viene governato il Paese”.

Esiste un dissenso russo?

“Per la maggior parte delle persone non si tratta propriamente di dissenso. C’è una stanchezza crescente nei confronti della guerra. Il numero di persone che vorrebbero vedere la fine delle ostilità è in aumento, ma la sfumatura fondamentale sta nel tipo di fine che vogliono. Per molti i russi è psicologicamente inaccettabile non essere i vincitori di questa guerra. Si tratta di un profondo atteggiamento culturale e storico”.

Perché è sorta questa stanchezza?

“Perché sorgono domande, anche tra coloro che inizialmente hanno sostenuto l’Operazione militare speciale e si affidano esclusivamente a fonti ufficiali di informazione (per lo più anziani). Si chiedono perché ci vuole così tanto tempo e quando finirà. Non è uno spostamento verso l’opposizione, ma una richiesta di certezza e di risultato”.

C’è invece qualcuno che si oppone alla guerra per convinzione?

“Sì. Sono persone guidate principalmente da motivi umanitari. Il fattore scatenante è la perdita di vite umane. Allo stesso tempo però la protesta pubblica è praticamente impossibile: l’esperienza della dura repressione di qualsiasi azione non autorizzata nel 2022 ha avuto i suoi effetti ed è stata interiorizzata dalla società”.

Qual è il dato più rilevante che avete registrato?

“L’osservazione più importante è che non solo c’è la paura di parlare, ma anche l’assenza di alternative. La gente non riesce a vedere un futuro diverso per loro stessi e per il Paese. I modelli occidentali si sono ampiamente screditati e quelli orientali sono percepiti come alieni. Si è formato un vuoto semantico. Non si tratta di un vicolo cieco esistenziale. Questa assenza di alternative è la chiave per comprendere lo stato d’animo attuale dei russi”.

Perché non ci sono alternative, anche quando in guerra stanno morendo persone care?

“La morte dei soldati – padri, fratelli, figli – sembra dover di per sé generare una forte richiesta di cambiamento. Ma molti di quelli che vanno in guerra sono spesso spinti da motivi economici, trovandosi in vicoli ciechi finanziari e familiari. Sono disoccupati, senza fissa dimora, debitori e mutuatari, imprenditori in bancarotta. Per loro, la guerra è una via d’uscita. Altri poi hanno problemi con la legge e situazioni familiari difficili”.

Ci sono altre motivazioni in chi decide di andare in guerra?

“Una delle conclusioni a cui siamo arrivati è che queste persone vanno in guerra perché, in questo Stato, non hanno altre prospettive. Il cambiamento più importante avviene dopo il ritorno dalla guerra. Le persone si scontrano con ciò che definiscono ‘bugie, ipocrisia, ingiustizia e insignificanza’. Hanno bisogno di giustizia, di un’ideologia, di una ‘immagine del futuro’, ma non sanno dove trovarla. Sono in trappola: non si può tornare al passato e non c’è nessun posto dove andare”.

Quanto conta l’idea di diventare ‘eroi’?

“Nelle nostre interviste, la parola eroismo o il desiderio di diventare qualcuno non sono stati praticamente mai menzionati. Parlavano di benefici, indennità, risoluzione dei problemi finanziari della famiglia. Non è ambizione, ma sopravvivenza”.

Non c’è neanche un riscontro sociale?

“Queste morti sono filtrate attraverso la lente della responsabilità individuale. Ciò permette di prendere le distanze dalla tragedia, inquadrandola come una decisione personale piuttosto che come una perdita collettiva che richiede un cambiamento sistemico. Si tratta di un sistema che usa le persone e poi le dimentica”.

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