La sperimentazione italiana sulla psilocibina per la depressione resistente riapre il dibattito sulle terapie assistite con psichedelici. Ma, al di là della molecola, resta centrale il lavoro sul paziente e il percorso terapeutico. Lumsanews ne ha parlato con la psicoterapeuta Sara Ballotti, tra i soci fondatori dell’associazione Illuminismo Psichedelico e direttrice didattica dell’Illuminismo Psichedelico Academy.
La depressione è davvero compresa a livello culturale?
“C’è uno stigma molto forte rispetto alla depressione e, più in generale, rispetto alle psicopatologie. Anche l’approccio che abbiamo oggi per tentare di curarla è un po’ ipotetico. Utilizziamo farmaci come gli antidepressivi triciclici, che si narra siano utili. Però, se guardiamo le percentuali effettive di persone con depressione diagnosticata che migliorano con gli antidepressivi, non sono così buone da dire che sia un trattamento pienamente valido.
Dal punto di vista clinico, qual è l’aspetto più delicato nel rapporto con un paziente depresso?
“La depressione è un calderone di cose. Può prendere la forma classica – non esco di casa, sto tutto il giorno a letto, piango – ma anche l’opposto: agitazione, iperattività, movimento che non porta mai soddisfazione. Ciò che accomuna i versanti è la perdita della speranza di stare meglio, come un tormento interiore che non lascia scampo”.
Cosa ne pensa della sperimentazione con psilocibina?
“Le depressioni che si sta provando a trattare con la psilocibina sono quelle farmacoresistenti. Non è una bacchetta magica. Gli studi neuroscientifici mostrano che sotto psilocibina cade il default mode network (Dmn), la struttura che utilizzo per leggere il mondo e avere senso di noi stessi . Nella depressione le strutture mentali diventano rigide e la lettura è depressiva. Se il Dmn cade e aree cerebrali solitamente separate iniziano a comunicare, si apre una visione differente. È un percorso lungo e la psicoterapia aiuta la persona a stabilizzarlo”.
Con terapie innovative, la psicoterapia resta centrale?
“Il rapporto con lo psicoterapeuta, il continuare a parlare, a dialogare, a essere seguiti, deve rimanere centrale. Con la terapia psichedelica è fondamentale, perché l’esperienza è molto forte e la persona deve essere preparata. Bisogna aiutare a trovarne il senso”
Servirebbero più investimenti strutturali per curare la salute mentale?
“Sarebbe auspicabile. Il benessere della persona è stato messo ai margini. Siamo ancora fanalino di coda. Le nuove generazioni hanno un approccio diverso, per fortuna, ma è tutto lasciato al singolo individuo. Non c’è niente di strutturale, niente di davvero statale. C’è il bonus psicologico, ma se non ho un fondo mio, posso fare dieci incontri. Sembra una misura spot, non una reale convinzione che esista un problema da risolvere su larga scala. Basta guardare quanti psicologi ci sono nel sistema sanitario pubblico. In molte regioni parlare di psicologi di base è ancora una bestemmia”.
Se la psilocibina venisse approvata, l’ostacolo sarebbe clinico, regolatorio o culturale?
“Su tutti e tre i piani. E ci sarebbe un altro problema: non c’è personale formato. La nostra associazione ha creato un corso sulle terapie assistite con psichedelici proprio perché, nel momento in cui dovessero diventare legali, bisogna sapere come utilizzarle. È necessario preparare anche a livello socio-culturale le persone. Arriviamo da sessant’anni di guerra alle droghe, con l’idea che queste sostanze brucino il cervello. Va spiegato cosa sono davvero, da un punto di vista neuroscientifico, psicologico e emotivo”.
Quali benefici e quali rischi vede in queste terapie?
“I rischi psicologici riguardano principalmente psicosi che si possono slatentizzare. I rischi fisici riguardano condizioni o patologie che possono non essere compatibili con le terapie psichedeliche: epilessia, ipertensione, problemi cardiaci. La selezione dei pazienti e la presenza terapeutica sono indispensabili. Non è lineare: durante o subito dopo possono emergere contenuti difficili e ci può essere anche un peggioramento transitorio. Con l’esperienza psichedelica si può finire davanti a qualcosa che si è messo sotto un tappeto, per questo monitoraggio e integrazione sono essenziali. Non è ‘lo assumo e sto meglio’, è un boost alla terapia soprattutto se la persona è bloccata, ma poi bisogna lavorarci. L’insight non basta”.


