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HomeCultura L’accademico Pacchioni: “L’università dovrebbe investire sul sistema di valutazione”

“L’uso della bibliometria
ha esasperato il fenomeno
del publish or perish”

Pacchioni, Accademia dei Lincei“

“La revisione è un processo etico”

di Irene Di Castelnuovo25 Marzo 2026
25 Marzo 2026
università

Il chimico Gianfranco Pacchioni | Creative Commons Zero, Public Domain Dedication

Nel dibattito sulla valutazione della ricerca torna il nodo della pressione a pubblicare. Secondo Gianfranco Pacchioni – chimico e membro dell’Accademia dei Lincei –, il sistema deve spostare il baricentro dalla quantità alla qualità: già oggi nei concorsi si può presentare un numero limitato di lavori e la valutazione si concentra su quelli, non sull’intero curriculum. Ma, a sua detta, serve un cambiamento più profondo nei criteri di selezione.

Quanto il sistema di valutazione basato su indicatori bibliometrici, come l’H index, ha contribuito a creare in Italia la logica del publish or perish?

“Sicuramente l’ha inasprita, ma la logica del publish or perish esiste dagli anni ‘50. L’uso della bibliometria ha esasperato ulteriormente il problema”.

Dal suo punto di vista, quanto è diffuso il fenomeno delle review mills nel sistema accademico?

“L’uso di intelligenza artificiale per fare le revisioni è solo un aspetto del problema. Le riviste più rigorose chiedono ai revisori – che per adesso sono ancora degli umani – di dichiarare se c’è stato un utilizzo dell’IA. Per fare review mill con l’IA, bisogna necessariamente dare in pasto ai sistemi il contenuto dell’articolo. È una violazione assoluta delle regole etiche che il revisore dovrebbe sottoscrivere al momento della revisione: il manoscritto è riservato e confidenziale. Nel momento in cui viene messo in un sistema di IA diventa pubblico e accessibile a chiunque. Il processo di selezione dei lavori scientifici è un processo etico: oggi esistono mille modi per avere comportamenti inappropriati”.

Una parte del dibattito riguarda il ruolo degli editori open access. Crede che questo modello editoriale favorisca dinamiche distorsive?

“L’idea dell’open access è nata quando si pensava che internet sarebbe stato uno strumento per migliorare il mondo. L’introduzione di una transazione monetaria tra chi deve fare la selezione, l’editore e l’autore – per coprire i costi della pubblicazione – è un elemento che non era mai esistito prima nella selezione di lavori scientifici. Questa distorsione del sistema, basata sul principio del “pagare per pubblicare”, ha inevitabilmente portato a un ulteriore aumento della produzione di lavori scientifici di scarsa qualità”.

La semplificazione dei criteri di valutazione potrebbe ridurre la pressione a pubblicare?

“Le riforme non cambiano le cose. Si possono introdurre tutte le regole che si vogliono, ma se non c’è alla base l’idea che sia necessario reclutare i migliori, perché questo giova al sistema — al dipartimento, all’università e, più in generale, al sistema nazionale — allora le riforme finiscono per assomigliarsi tutte”.

L’Italia è tra i Paesi con la crescita più rapida nel numero di pubblicazioni scientifiche. Come si interpreta questo aumento?

“Il sistema nazionale ha recepito queste indicazioni bibliometriche in modo poco critico, applicandole proprio nel punto più debole della catena: le selezioni dei concorsi universitari. Questo ha spinto soprattutto le giovani generazioni a buttarsi nel mare dell’open access e, in alcuni casi, delle riviste predatorie, nel tentativo di ottenere pubblicazioni in tempi rapidi. Il risultato è stato un aumento del numero dei lavori scientifici pubblicati, ma non un corrispondente incremento della conoscenza scientifica”.

Secondo lei quali cambiamenti servirebbero nei criteri di valutazione e nella peer review?

“L’unico modo è introdurre una valutazione rigorosa delle università e dei dipartimenti. Se esistesse una valutazione seria delle istituzioni universitarie, e se i finanziamenti dipendessero in modo significativo dai risultati di questa valutazione, allora molte conseguenze ne deriverebbero automaticamente. Sapere che le proprie scelte saranno valutate e che decisioni sbagliate possono avere effetti penalizzanti introduce infatti un elemento di responsabilità che è essenziale per rendere davvero efficace il processo di selezione. Per essere chiari: il principio è semplice, anche se la sua attuazione non lo è altrettanto. Implementare un sistema di valutazione di questo tipo è possibile, ma ha un costo: valutazioni fatte bene richiedono risorse, competenze e quindi investimenti significativi”.

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