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L’attivista Timur: “In Russia impossibile parlare del conflitto”

di Lorenzo Giovanardi22 Marzo 2026
22 Marzo 2026
Russia

Timur Rakhmatulin

Timur Rakhmatulin è un attivista per i diritti umani originario di Orenburg, in Russia. Laureato in giurisprudenza, ha lavorato inizialmente per tribunali e la procura prima di entrare nel Comitato contro la tortura, un’organizzazione indipendente impegnata nella difesa dei cittadini vittime di violenza da parte delle forze dell’ordine. Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, ha deciso di lasciare la Russia e trasferirsi in Germania. La sua testimonianza a Lumsanews racconta le difficoltà di chi cerca di difendere i diritti fondamentali in un sistema giudiziario corrotto e sotto pressione. 

Dalla Russia alla Germania: perché ha deciso di lasciare il tuo Paese?

“Dopo l’inizio della guerra è diventato chiaro che non potevo più continuare a lavorare come prima. Il rischio era troppo alto. Sono partito passando per la Turchia, poi Francia e Georgia prima di ottenere un visto umanitario in Germania. Per molti attivisti è stata una scelta obbligata: o te ne vai, o smetti di fare il tuo lavoro”.

Ha lavorato a lungo nel sistema giudiziario russo. Cosa non funzionava? 

“Ci sono anche persone oneste, ma il problema è il meccanismo. Se un caso deve avere un certo esito, viene assegnato a chi è disposto a garantirlo. Ho visto indagini costruite per trasformare soggetti innocenti in colpevoli”.

Di cosa si occupava il Comitato contro la tortura e cosa ha visto sul campo?

“Lavoravamo su casi di violenza da parte delle forze dell’ordine nelle carceri, ma non solo. Molti detenuti venivano picchiati o torturati per ottenere confessioni. In alcuni casi siamo riusciti a ottenere condanne contro funzionari responsabili, ma erano eccezioni in un sistema che tende a proteggere sé stesso”.

Come è cambiato l’attivismo con la guerra? 

“Oggi è molto più difficile. Le organizzazioni vengono etichettate come “agenti stranieri”, ogni attività è controllata. Chi è rimasto in Russia continua ad aiutare le persone, ma deve restare in silenzio su molti temi, soprattutto sulla guerra. Esporsi può significare perdere la libertà o addirittura la vita”.

C’è un caso che l’ha colpita particolarmente?

“Ce ne sono molti, ma uno in particolare riguarda tre uomini accusati di omicidio. Due di loro hanno confessato sotto tortura, ma non avevano nulla a che fare con il crimine. Furono minacciati di ergastolo, uno ha resistito e non ha confessato. Grazie al nostro lavoro siamo riusciti a evitare una condanna ingiusta. In casi come questo capisci quanto sia importante quello che fai”

Che impatto ha avuto la guerra sull’informazione in Russia?

“Media indipendenti come Eco di Mosca hanno smesso di esistere in Russia. Molti giornalisti si sono trasferiti all’estero, chi è rimasto non può parlare liberamente della guerra: sa che potrebbe essere l’ultima cosa che fa. Questo vale anche per molte organizzazioni di attivismo: il silenzio è diventato una forma di sopravvivenza”

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