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Lavoro e disabilità, il grande inganno dell’inclusione

di Chiara Di Benedetto04 Novembre 2025
04 Novembre 2025

Sospesi in attesa di un’opportunità. In Italia l’inclusione delle persone con disabilità funziona, ma solo fino a una certa età. Durante l’infanzia gli spazi di cura e di inserimento nella società sono tutto sommato garantiti da una legislazione all’avanguardia. Poi però quei bambini diventano adulti e come tali aspirano a trovare un lavoro, a conquistare l’autonomia a cui avrebbero diritto. È allora che la grande impalcatura dell’inclusività crolla. E non c’è legge che tenga.

Secondo l’ultimo rapporto del Cnel sul mercato del lavoro in Italia, solo il 33% delle persone con gravi limitazioni e il 57% di quelle con disabilità lieve risultano occupati. Se si parla di giovani adulti disabili la situazione peggiora: secondo il report, due terzi di loro né lavorano né studiano. 

Quel senso di abbandono 

“La difficoltà di trovare lavoro è direttamente proporzionale al loro desiderio di ottenerlo”, raccontano Monica e Roberto, genitori di Tommaso, un ragazzo di 25 anni affetto da autismo che, come chiunque alla sua età, vorrebbe trovare un impiego. “Questa situazione provoca frustrazione e depressione e lede profondamente la dignità umana”, spiegano. Per le persone affette da disabilità psichiche, come l’autismo, trovare lavoro è ancora più difficile, perché le aziende tendono a prediligere chi ha disabilità fisiche. 

In questi casi i genitori si sentono abbandonati, lasciati soli ad affrontare le difficoltà quotidiane e il senso di incertezza che accompagna il pensiero del futuro dei loro figli. “Servirebbero tutor gratuiti per l’affiancamento e l’introduzione al lavoro”, spiegano Monica e Roberto, “anche perché senza aiuti, sarà difficile per lui vivere in autonomia e avere una rete di rapporti sociali, che sono vitali per ogni essere umano e soprattutto per ragazzi come lui”. 

Cosa prevede la legge italiana e perché non basta

Nel nostro Paese esiste un sistema di collocamento mirato, normato dalla legge 68 del 1999. È la stessa che ha introdotto le cosiddette “categorie protette”, stabilendo l’obbligo, per le aziende pubbliche e private, di riservare quote di assunzione ai soggetti disabili, pena una multa di 190 euro al giorno. Le aziende hanno però anche la possibilità – molto sfruttata – di pagare una sanzione preventiva e di non assumere affatto persone disabili. “La legge 68 è antiquata e viene spesso disattesa. Andrebbe completamente riformata”, afferma Marino Bottà, presidente di Andel (Agenzia nazionale disabili e lavoro).

Per iscriversi al sistema di collocamento mirato della propria provincia bisogna dimostrare di avere una percentuale di invalidità superiore al 45%. Secondo le stime di Andel, attualmente il numero degli iscritti si aggira attorno al milione di persone. Circa il 75% di queste necessita di percorsi di affiancamento al lavoro e di qualcuno che si faccia carico di valutare le loro capacità e di cercargli un impiego. Il restante 25%, composto dai cosiddetti “disabili abili”, è in grado di fare da sé. Secondo Bottà, questi ultimi sarebbero gli unici a trovare un collocamento. Tutti gli altri, affetti da disabilità più complesse, rimangono esclusi dal mercato del lavoro. 

Conservare l’impiego è poi altrettanto difficile. Il presidente di Andel spiega che circa due disabili su tre tra gli avviati al lavoro perdono il posto entro i primi 12 mesi. Questo è dovuto alla mancanza di figure aziendali che si occupino della disabilità. I neoassunti e le aziende vengono infatti abbandonati dagli operatori del sistema di collocamento, che non sono tenuti a continuare a seguire la persona disabile dopo l’assunzione. Per far fronte a questa difficoltà di recente è nata la figura del disability job supporter, che ha il compito di facilitare l’ingresso della persona disabile nel mondo del lavoro. Ancora, però, è un mestiere pressoché sconosciuto in Italia. 

Creare il lavoro che non c’è

Non tutti, però, si rassegnano all’esclusione e al rifiuto. Esistono luoghi creati appositamente per dare un lavoro alle persone con disabilità, per costruire possibilità e scenari alternativi. Posti come PizzAut e RossaSera.

“L’occupazione del tempo libero è una cosa che non ci interessa, noi costruiamo posti di lavoro”, spiega Nico Acampora, che dal 2017, con PizzAut, forma e impiega persone affette da autismo. Sono 46 i ragazzi che lavorano nella pizzeria sociale e hanno tutti un contratto a tempo indeterminato. “La prima cosa che fanno con lo stipendio è portare i genitori a mangiare fuori, e pagano loro. Nella semplicità di questo gesto c’è una bellezza straordinaria”, racconta Acampora. Con un lavoro vero, i ragazzi “passano dall’essere un costo sociale all’essere una risorsa sociale”, spiega il fondatore di PizzAut. “Qua sono felici come lo sarebbe chiunque quando firma un contratto di lavoro a tempo indeterminato”. 

Nico Acampora con i ragazzi di PizzAut | Foto Ansa

Poi c’è RossaSera, una cooperativa di Alcamo (Trapani) che ha acquistato cinque ettari di terra per dare vita a un percorso di agricoltura sociale per l’inserimento lavorativo di persone con disabilità psichica. È una realtà ancora giovane, ma nell’arco di pochi anni è riuscita a rendere produttivi campi da tempo incolti, permettendo a un gruppo – ancora ristretto – di persone disabili di imparare a lavorare la terra. Alla base di tutto, l’idea “che l’agricoltura è al servizio della persona”, come spiega Delfina Bambina, presidente di RossaSera. 

L’inclusione promessa

Nel corso del G7 per la disabilità 2024, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha messo a punto un testo programmatico noto come Carta di Solfagnano. L’obiettivo del documento è costruire le condizioni per garantire “la vita autonoma e indipendente” e “la valorizzazione dei talenti e l’inclusione lavorativa” delle persone disabili. A un anno dalla firma, gli obiettivi della Carta non sono ancora stati raggiunti. Attualmente, l’inclusività nel mondo del lavoro è poco più che uno slogan e la realtà dei fatti, per le persone disabili, è fatta di esclusione sociale.

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