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HomeEsteri L’impiegato di San Pietroburgo: “Siamo abituati a pesare le parole sulla guerra”

“Dall'inizio della guerra
in Russia si pesano le parole
In città si vive in una bolla”

Una fonte da San Pietroburgo

“Cifre enormi a chi si arruola”

di Clara Lacorte22 Marzo 2026
22 Marzo 2026
Russia

L’Admiralteystvo visto dal mare, San Pietroburgo | Foto Wikipedia

Aleksey (nome di fantasia) è un impiegato che vive tra i palazzi di San Pietroburgo, una capitale culturale che oggi sembra sospesa in una realtà parallela. Sotto un’apparente normalità borghese, descrive una società lacerata da un’economia in declino e da una depressione collettiva. Per chi come lui non riesce a chiudere gli occhi, la vita quotidiana è diventata un conflitto interiore contro una guerra che definisce, senza mezzi termini, “criminale”.

Come è cambiata la sua vita in Russia dopo lo scoppio della guerra?

“A San Pietroburgo la vita ‘borghese’ resiste, ma la consapevolezza la rende insostenibile: non si può vivere serenamente sapendo che questa guerra è un male criminale. Nella capitale culturale il conflitto sembra un evento lontano, dove le strade sono svuotate degli uomini e la morte è quotidiana. Sullo sfondo resta un’economia in declino da quindici anni, iniziato ben prima delle ostilità”. 

Che posizione ha lei rispetto alla guerra? 

“Sono schierato apertamente contro il conflitto: considero Putin un criminale che sta distruggendo l’Ucraina. È una posizione condivisa dalla maggior parte dei miei amici, legata anche a un certo livello di istruzione universitaria. A San Pietroburgo la morte di migliaia di soldati non si percepisce, non se ne vedono quasi per strada. Ricordo però un viaggio a Mosca: vedere tutte quelle divise nelle stazioni mi ha fatto sentire sotto il controllo di un regime fascista. Qui in città viviamo in una bolla, ma appena ci si sposta la realtà cambia drasticamente”.

Quando e dove si parla dei problemi che riguardano i soldati russi che muoiono durante la guerra?

“Non se ne parla molto. Quando ho affrontato il tema con amici che hanno una posizione più neutra, mi hanno sempre risposto che loro non sapevano che circa mezzo milione di ragazzi russi fossero morti. Nessuno ne parla, non interessa a nessuno”. 

Quale segmento della popolazione è reclutato per la guerra? 

“Secondo i media – ma anche secondo quanto riferito da alcuni soldati che ho incontrato – reclutano soprattutto persone che hanno nome russo, senza soldi e con problemi di dipendenza dall’alcol”. 

Ha mai sentito di giovani che sono stati reclutati con l’inganno? 

“Certo è una tendenza che noto soprattutto negli ultimi due mesi. C’è molto reclutamento anche nelle università, negli istituti e così via. Per esempio il figlio della mia ex-fidanzata è un soldato ma non è in guerra. Ma questo è tipico della società russa. Quasi ogni ragazzo russo, per circa un anno, viene mandato ad addestrarsi. Io spero che non lo mandino mai in guerra, altrimenti morirà lì”. 

Ha mai visto propaganda per reclutare soldati per le strade? 

“La propaganda è ovunque: dai poster per strada ai simboli dell’esercito, ma l’adesione non è quasi mai patriottica. È una questione di soldi. Promettono cifre enormi, anche 5 milioni di rubli, per attirare chi non ha speranze in un’economia che non permette più di vivere bene. Molti giovani si trovano davanti a un bivio: rubare per sopravvivere o andare a combattere in guerra”.

Quanto può parlare liberamente in Russia? 

“Negli spazi comuni regna il silenzio: anche se le opinioni sono divergenti, nessuno dice mai davvero ciò che pensa. È impossibile sapere cosa passi per la testa di chi ti sta accanto. Oggi devi pesare ogni parola e stare molto attento a chi hai di fronte.”

C’è un legame con il comunismo in Russia, sia nella cultura che nella guerra?

“Non esiste un vero legame. Anche il partito attuale conserva solo il nome. Resta forse un vago senso di socialismo, ma l’ideologia è sparita. Ciò che sopravvive è l’attaccamento ai simboli dell’Unione Sovietica, che molti vedono ancora come icone di una “grande vittoria mondiale”. Per questo i nomi di origine sovietica restano nelle nostre città e compaiono in quelle ucraine occupate: c’è un profondo rispetto per quel pezzo di storia, ma nella società russa contemporanea del comunismo non è rimasta traccia”.

Conosce invece persone che hanno sofferto di stress post-traumatico? 

“Da quando è iniziata la guerra, soffriamo di una sorta di depressione. Conosco amici che sono stati rovinati dal conflitto. L’unica cosa che non ci abbatte del tutto è sapere che dobbiamo vivere. Perché se non viviamo noi chi può farlo in questo paese?”. 

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