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I contratti pirata nell’Italia delle paghe da fame

di Andrea Persili28 Febbraio 2022
28 Febbraio 2022

Una laurea in Grafica. Poi l’impiego in uno studio di comunicazione. Un contratto full time a 600 euro al mese. Azzurra passa al lavoro tra le 8 e le 9 ore al giorno e ora dice: “Così non si può vivere”. La sua non è una storia isolata: il 12% dei lavoratori italiani versa in condizione di povertà, uno scarto di oltre tre punti rispetto al 9% della media Ue.

Si tratta di uomini e donne con salari orari di tre, quattro, sei euro lordi l’ora. I dati dell’Eurostat fotografano un’Italia dove si guadagna meno di trent’anni fa a parità di professione, di livello d’istruzione e di carriera. Basti pensare che solamente negli ultimi cinque anni la retribuzione media è crollata di circa il 5%.

Ma non è tutto. Il Covid, l’aumento del costo delle materie prime, l’inflazione stanno erodendo sempre di più i salari reali. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando sta valutando una legge per alzare il livello salariale attraverso il rilancio della contrattazione collettiva di categoria. Ma non mancano resistenze e criticità.

 

Il contratto aziendale: la produttività miraggio

 Pochi giorni fa il numero uno di Confindustria Carlo Bonomi ha ribadito la sua ostilità a un aumento generalizzato delle retribuzioni. Se si vogliono alzare i salari, l’unica strada sono i contratti di produttività in ogni impresa”. L’idea è semplice: “Più produci e più ti pago”. In questa logica il salario seguirebbe naturalmente l’andamento della produttività della singola azienda: la paga del lavoratore sale quando cresce il prodotto realizzato dall’impresa. Al contratto collettivo aziendale spetta un compito delicatissimo: scambiare aumenti di produttività con incrementi nella busta paga dei lavoratori di una singola impresa. E’ la teoria della mano invisibile. Ma è davvero così?

I dati mostrano in realtà come l’indice di crescita dei salari sia ben al di sotto di quello della produttività. La promessa che l’andamento delle retribuzioni debba seguire i ritmi di crescita sembrerebbe disattesa. Perché? Semplicemente perché la contrattazione integrativa non funziona, a sentire Roberto Pessi, giuslavorista e docente Luiss: “La contrattazione aziendale”, osserva, “è particolarmente complessa in Italia. Il nostro tessuto economico è caratterizzato da piccole e medie imprese particolarmente prudenti, soprattutto per quello che riguarda il costo del lavoro che è visto anche come un elemento di concorrenza”. Il rischio è dunque evidente: anziché puntare sulla tecnologia, le imprese, specie in periodo di crisi come questo, possono decidere che è più economico farsi concorrenza abbassando le retribuzioni dei lavoratori.

Come? Lo spiega a Lumsanews l’economista del lavoro Patrizia Luongo: “Una marcata frammentazione della contrattazione su base aziendale potrebbe favorire un’ulteriore proliferazione dei contratti pirata, vale a dire di quei circa 350 accordi (circa il 38% del totale) sottoscritti da associazioni datoriali e sindacali non rappresentative, che coprono pochissimi lavoratori e che soprattutto presentano condizioni contrattuali peggiorative”.

 

Il contratto collettivo nazionale non basta

Per il numero uno della Cgil Maurizio Landini la soluzione per rilanciare i salari rimane quella di dare efficacia generale ai contratti collettivi nazionali di lavoro, cioè accordi tra sindacati e organizzazioni di imprese che disciplinano non solo la retribuzione ma anche indennità accessorie, straordinari e altri diritti normativi dei lavoratori di una certa categoria (ad esempio commercio, industria chimica, eccetera). Circa il 95% dei dipendenti delle grandi imprese e quasi il 78% di quelle più piccole sono già coperti da un contratto collettivo nazionale di lavoro.

Il secondo e il terzo comma dell’articolo 39 della Costituzione prevedono tra l’altro l’efficacia generalizzata di questi accordi. A due condizioni però: che i sindacati firmatari abbiano uno statuto democratico e stipulino insieme i contratti in delegazioni unitarie.

Qual è allora il problema? Quella disposizione costituzionale non è mai stata attuata, con il risultato che il contratto collettivo rimane un semplice accordo di diritto privato: vale solo per le parti.

I giudici, con l’articolo 36 della Costituzione, ne hanno esteso il salario base anche a chi ne era sprovvisto. “Il guaio è che il contenuto normativo non è estendibile, e soprattutto nessuno può stabilire quale sia l’accordo da prendere a riferimento”, dice Pessi.

I limiti del sistema non risparmiano neanche i dipendenti che un contratto ce l’hanno. Come spiega Franco Scarpelli, giuslavorista e professore ordinario di Diritto del lavoro nell’ Università Milano-Bicocca, “la scelta del contratto è libera. Il che significa che il datore di lavoro può offrire ai lavoratori anche un accordo ‘pirata’”. Ma non ci sono solo i casi limite. “Un imprenditore delle comunicazioni può ad esempio può decidere di applicare il contratto del settore ‘Studi professionali’, che non a caso è molto povero dal punto di vista dei contenuti economici-normativi anche se sottoscritto da organizzazioni sindacali rappresentative”, aggiunge Scarpelli. Che fare in questa giungla?

 

L’articolo 39 della Costituzione: attuarlo o abolirlo

 E’ un tema su cui proprio in questi giorni è al lavoro il ministro Orlando: “Serve una legge sulla rappresentatività dei sindacati. Perché? “L’idea – dice Scarpelli – è prendere la retribuzione dei contratti collettivi stipulati dai sindacati più rappresentativi e considerarla come salario minimo (link inchiesta Tommaso) per tutti i lavoratori”.

Un’ipotesi che non risolve tutto, come spiega Pessi: “Con il salario minimo si estende la paga di base, ma altri importanti diritti che entrano a tutti gli effetti nel trattamento economico del lavoratore rimangono fuori”. Di più: “In assenza di una legge sulla contrattazione chi deciderà quale accordo applicare?”. Ancora una volta l’autonomia delle parti diventa croce e delizia dell’intero impianto delle relazioni sindacali.

Ma c’è una speranza. “Non è impossibile dare applicazione all’articolo 39 della Costituzione”, spiega il professor Scarpelli, che però sottolinea anche le difficoltà: “Bisogna costituire rappresentanze sindacali unitarie, e non sarà facile”. Ciascun sindacato è geloso della sua sfera di azione e c’è il rischio di ingessare le relazioni tra le parti sociali. Una soluzione però Pessi la mette sul tavolo: “I commi II e III dell’articolo 39 o li attui o li abroghi. In questo secondo caso basterebbe poi una semplice legge per recepire i contratti ed estenderli davvero a tutti”. Azzurra compresa.

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