"Lo sfruttamento di migranticomincia prima del viaggioe può non finire mai"

Manuela de Marco (Caritas) a Lumsanews "È un loop da cui è difficile uscire"

“Lo sfruttamento delle organizzazioni criminali sulla pelle dei migranti avviene ancor prima della partenza degli stessi, a partire dalla richiesta della somma di denaro da impiegare per il viaggio, che spesso richiede addirittura uno sfruttamento lavorativo coercitivo precedente. Ma, una volta che i migranti raggiungono il paese di destinazione possono essere tranquillamente intercettati dalla stessa organizzazione criminale o da un’altra che ha contatti con la prima ai fini del successivo sfruttamento. È un loop infinito da cui è difficile uscire. Il trafficante sa che il migrante ha bisogni di costruirsi un capitale o di ripagare un debito e sa quanto è difficile farlo in terra straniera: semplicemente gli offre la via più facile che difficilmente non è accettata. Chi sta al vertice di tale operazione non è mai direttamente coinvolto, non può rischiare di finire nel giro, di mezzo ci vanno solo i pesci piccoli, come i cosiddetti “scafisti”, che spesso non sono altro che dei disperati che, come gli altri, cercano di scappare dal proprio paese”.

Manuela de Marco è avvocato e lavora presso l’ufficio Politiche migratorie e protezione internazionale di Caritas Italiana. Da oltre 15 anni è impegnata sul tema della mobilità umana come esperto legale. Coordina inoltre progetti nazionali in materia di integrazione e accoglienza dei rifugiati e di tutela delle vittime di sfruttamento, sessuale e lavorativo, fra cui il progetto Presidio di Caritas Italiana. De Marco parla a Lumsanews di tratta di esseri umani, dello sfruttamento che ne è parte integrante e della pervasività delle organizzazioni criminali che, in maniera celata, gestiscono i flussi migratori per trarne un profitto ma ci descrive anche la funzione dei centri di accoglienza.

“Stiamo parlando di organizzazioni mafiose capillari che usano metodi intimidatori e coercitivi, che hanno strutture solide e ben organizzate e che riescono ad avere un potenziale di ritorsione nei confronti delle persone dei familiari rimasti a casa. Tutti questi elementi contribuiscono alla definizione di vere e proprie organizzazioni mafiose”.

Tali mafie hanno legami con le mafie autoctone dei paesi di approdo dei migranti?

“Le mafie straniere hanno certamente accordi con quelle locali per operare sul territorio. Nessuno può permettersi di fare affari in terra straniera senza accordi, sicuramente entrambe ne traggono un vantaggio”.

La mafia cambia o è sempre la stessa?

“Può anche essere la stessa. Lo si constata bene nei casi di sfruttamento sessuale, una delle forme coercitive di assoggettamento più diffuse nella tratta di esseri umani. Ci sono molti casi infatti, in cui le donne arrivano nel Vecchio continente avendo già pagato all’origine un debito, con in cambio la promessa di un futuro luminoso: un impiego garantito in Europa e guadagni esorbitanti. Spesso però già durante il viaggio si rendono conto il loro destino non sarà quello che era stato prefigurato loro all’atto della partenza e una volta arrivate vengono individuate nuovamente, magari dalla stessa organizzazione criminale che le aveva favorito il viaggio per essere nuovamente sfruttate. Accade spesso che viene fornito loro un recapito a cui rivolgersi che a sua volta viene girato ad un’altra persona che è più presente su quel territorio e così la donna non riesce a sfuggire dal giro di controllo dall’alto”.

Come si realizza il guadagno sul viaggio dei migranti?

“A partire dal viaggio. I migranti sono costretti a sborsare cifre esorbitanti alle organizzazioni criminose che consentono loro l’attraversamento delle frontiere fino ad arrivare a quelle europee. Le mafie, tramite i loro intermediari, si occupano di tutte le fasi del viaggio: dall’accompagnamento alla costa, fino al viaggio e all’approdo nel paese di arrivo. Una volta arrivato, se il migrante finisce in un centro di accoglienza ben gestito e viene monitorato, lo sfruttamento non si realizza più e questo la criminalità organizzata lo sa bene. Ma può accadere anche il contrario e lo sfruttamento può perpetrarsi anche successivamente. Infatti, i migranti sono liberi di entrare e di uscire dai centri di accoglienza: nulla vieta alle organizzazioni criminali di intercettarli nuovamente per sfruttarli”.

Come funziona quando arrivano in Italia?

“Una volta che arrivano in Italia vengono accolti in centri di prima accoglienza, in genere nei luoghi di frontiera marittima dove sbarcano. Vengono poi portati nei cosiddetti “hotspot”, quei centri di permanenza breve che servono a fare una pre-screening delle situazioni giuridiche, per esempio servono a compiere l’accertamento della minore età, così che se si tratta di un minore possono essere assegnati nei centri per minori; al contrario se si tratta di maggiorenni vengono mandati nei centri per richiedenti asilo per persone adulte. In questo modo vengono dislocati delle prefetture locali in centri di accoglienza di diverso tipo che poi si occupano di prendere in carico la loro situazione da un punto di vista giuridico o della lingua italiana o ancora del supporto sanitario”.

Come prosegue l’iter giudiziario?

“Molti di coloro che arrivano da fuori cercano di ottenere un permesso di soggiorno tramite l’unico canale possibile che è quello della richiesta di asilo. Purtroppo, la procedura però rischia di concludersi con un esito negativo, anche se ci sono più rimedi giurisdizionali a cui fare ricorso per ottenerlo. Il problema è che non tutti sono interessati a rimanere così tanto nel Paese per esperire tutti i rimandi giurisdizionali; quindi, spesso non aspettano neanche il tempo per la definizione di una richiesta e subito provano ad andare verso altri paesi. Qui si pone un altro problema, perché una volta che questi paesi intercettano la presenza di migranti che hanno fatto il loro primo ingresso in Italia, per effetto del regolamento di Dublino vengono rimandati in Italia. Allora è possibile che siano passati diversi mesi e che la richiesta nel frattempo sia stata respinta. La persona, dunque, torna ad essere irregolare e deve ricominciare tutta la trafila”.

Chi riesce a rimanere?

“Solo coloro che sono ben orientati, aiutati e convinti per loro motivazioni personali di dover rimanere nel paese ma permane sempre il grande rischio che non vedano mai le loro le loro posizioni sanate”.

Avviene anche per la rotta terrestre?

“Soprattutto. La rotta terrestre ha altre dinamiche rispetto a quella via mare, che sono certamente meno pericolose, ma fatte anche queste di violenza e di respingimenti. Si verificano molte situazioni in cui i migranti rimangono incastrati nei vari confini terrestri prima di arrivare a quello con l’Italia. Stabilire il numero di irregolari in questo caso è molto complicato, perché, tra i vari criteri che portano alla condizione di irregolarità ci sono tutti i numeri di quelli che non riescono ad avere un permesso di soggiorno”.

E i minori?

“Sono moltissimi i minori non accompagnati che attraversano il confine. La maggior parte di questi vengono individuati e viene trovata loro una sistemazione nei centri adatti ai minori – se sono identificati come minori, altrimenti finiscono nei centri per maggiorenni, ma tanti altri rimangono irreperibili sul territorio. Coloro che riescono a rimanere all’interno di questi centri fino alla maggiore età e a seguire un percorso di conversione del permesso perché seguono un corso di studio o riescono a trovare un lavoro hanno una possibilità di rimanere legalmente, ma se all’atto del raggiungimento della maggiore età vengono dimessi dal centro senza aver lavorato e dunque senza avere le condizioni per chiedere la conversione del loro status, anche loro rischiano di rimanere irregolari sul territorio per anni e anni”. 

Un iter complicato…

“L’iter burocratico di certo non agevola la loro permanenza sul territorio. Gli immigrati hanno bisogno di trovare una sistemazione, di trovare un lavoro che gli consenta di mandare i guadagni in patria alla propria famiglia. Se queste condizioni non si realizzano in un tempo ragionevole le persone sono spinte ad andare via, soprattutto quando si è già conclusa negativamente la pratica e non hanno il tempo, la voglia, la capacità e l’accompagnamento giusto per potersi fermare”.

Dove si intravede l’illegalità?

“I centri di accoglienza vengono tutti assegnati con procedure ad evidenza pubblica fatte dalle prefetture, che seguono la procedura di assegnazione del servizio stesso ai vincitori dei bandi, tenendo conto dei requisiti che sono previsti nelle varie tipologie di centro. Se i centri sono competenti non c’è nessun giro di denaro losco perché questi servono per coprire sostanzialmente i costi. Infatti, tra i criteri dei progetti da soddisfare del Ministero dell’Interno per il tramite delle prefetture c’è la rendicontazione puntuale dei costi sostenuti. Per questo motivo non è possibile fare nessun affare gestendo centri per migranti perché l’ammontare è previsto da provvedimenti governativi, da decreti ministeriali entro quei limiti si deve stare. Ovviamente all’interno di quelle rette si devono poi offrire tutti i servizi che sono previsti dai capitolati dei bandi. Purtroppo ci sono anche casi in cui c’è chi si improvvisa gestore di queste strutture senza avere l’esperienza per farlo, che riesce ad avere l’assegnazione perché magari nessun altro si è presentato o perché fanno un’offerta che è ritenuta più congrua dalla commissione di valutazione in prefettura. Coloro non riescono effettivamente a fornire i servizi previsti vengono comunque scovati e subiscono immediatamente la revoca da parte delle prefetture”.

Qual è l’azione giusta in questi casi?

“Bisogna rafforzare il monitoraggio delle azioni svolte dai centri. Nelle cronache si è sentito troppo spesso parlare di casi in cui le associazioni era state creata ad arte solo per ottenere i fondi stanziati dalle prefetture, ma mi sento anche di dire che questi casi sono radi e sono sempre stati sventati”.

 

Sofia Zuppa

Nata ad Arezzo, città natale di Petrarca e Vasari, sono migrata nella dotta, la rossa e la grassa Bologna, città dai contorni caldi che mi ha amabilmente cresciuta. Infine sono piombata nell'antica ed eterna Roma. Un viaggio sempre intessuto dall'amore per lo studio e per il giornalismo, una passione che spero un giorno possa portarmi ancora più lontano...