Radio, televisione, social media, intelligenza artificiale. Il dibattito sull’evangelizzazione digitale attraversa oggi la Chiesa. Monsignor Vincenzo Paglia, già presidente della Pontificia accademia per la vita e consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio, invita a uno sguardo più ampio: il problema non è la tecnologia in sé, ma il rischio di sostituire la relazione reale con quella virtuale.
Eccellenza, che differenza vede tra parola e immagine nella comunicazione della fede?
“La mia esperienza mi ha insegnato che la parola – pensiamo alla radio – entra spesso nel cuore delle persone in modo più profondo rispetto all’immagine televisiva. Questo perché la relazione passa attraverso l’ascolto. È un dato che va tenuto presente anche oggi, nel mondo dei social: gli strumenti non sono mai neutri, ma risentono fortemente di chi li usa, di come li usa e del perché li usa”.
Il problema, quindi, non sono i social in sé?
“No, il problema è pensare che possano sostituire la relazione diretta. Noi siamo uomini e donne di relazione fisica, concreta. Ognuno di noi ha un ombelico: siamo esseri carnali. La relazione virtuale può essere utile, ma non può diventare totale. Se lo diventa, è un disastro”.
Eppure i cosiddetti “preti influencer” sono sempre più numerosi. È un segno di crisi o di vitalità?
“Una cosa non esclude l’altra. In molti casi è un segno di vitalità: ci sono frati, suore, sacerdoti che vivono questa presenza in modo virtuoso. Non è solo il sintomo di una difficoltà a intercettare le persone dal vivo. Ma resta uno strumento, e come tale non è mai assoluto”.
Qual è allora il nodo centrale per la dimensione religiosa?
“La fede non è informazione, è coinvolgimento totale. Gesù non ha ‘influenzato’ le masse dall’alto di un pulpito: ha incontrato le persone, le ha toccate, ha cambiato i cuori. Il cristianesimo non nasce dall’interconnessione, ma dalla relazione. Non abbiamo bisogno di essere influenzati, ma di amarci, sostenerci, incontrarci davvero”.
L’influenza digitale può aiutare l’incontro reale?
“Sì, se è orientata a questo. Se diventa uno strumento che porta all’incontro fisico, alla comunione, allora è positiva. Ma quando ci si ferma ai numeri, ai follower, bisogna chiedersi: ‘E poi? Che cosa succede davvero nella vita delle persone?’”.
Gli algoritmi sono compatibili con il messaggio evangelico?
“Gli algoritmi favoriscono personalizzazione, notorietà, successo. Tutte dinamiche che non sempre sono compatibili con il Vangelo. Il rischio è restare spiazzati: si pensa di offrire un contenuto utile, ma viene penalizzato perché non funziona. Ma il problema resta il reale, non il virtuale. Il Vangelo di Giovanni è chiarissimo: la Parola si è fatta carne, non avatar”.
Serve una regolamentazione della presenza digitale nella Chiesa?
“Più che regole rigide, serve una regolamentazione sapiente e una responsabilità condivisa. Non dobbiamo solo cambiare le menti, ma i cuori. Se uno strumento non favorisce fraternità, giustizia sociale, pace, allora rischia di distrarre. La tecnologia ha senso solo se diventa motrice di cambiamento reale, di affetti che diventano abbracci”.


