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“Ora capisco perché le vittime scelgonodi non avere altri figli”

Rosa, vittima di violenza ostetrica racconta la sua storia a Lumsanews

Rosa (nome di fantasia) è una vittima di violenza ostetrica. La nascita del suo secondo figlio è stato per lei un trauma profondo e le sue conseguenze, fisiche e psicologiche, l’hanno segnata profondamente.

Le andrebbe di raccontare la sua storia?

“Ho avuto il mio secondo figlio a 36 anni. L’esperienza è stata a dir poco traumatica. Il piano era quello di ricoverarmi e farmi partorire il giorno stesso. Mi hanno ricoverata e mi hanno messa subito a digiuno, ma per giorni non mi hanno operata, continuavano a rinviare il parto. Sono stata portata in sala operatoria dopo quattro giorni. Ho iniziato a provare dei forti dolori ma nessuno mi dava una spiegazione. Mio marito si è rivolto al primario e solo dopo il suo intervento i medici si sono resi conto che il bimbo era in sofferenza fetale. Mi hanno portato in sala operatoria e dopo avermi fatto firmare i consensi mi hanno detto che non potevano farmi l’epidurale come preventivato, ma che mi avrebbe fatto la spinale. Io non avevo ben chiara la differenza e ho chiesto in cosa consistesse”.

A seguito delle sue domande le è stata illustrata la procedura? Durante la sua degenza come si rivolgevano a lei i membri del personale ospedaliero?

“No, assolutamente. Erano scostanti e infastiditi davanti alla mia confusione e alla mia paura, di fatto legittima, sembrava fossi un peso per loro e ridevano delle mie lacrime. Continuavano a dirmi che la mia non era una vera urgenza e che le loro priorità erano altre”.

Mi vuole raccontare quello che si ricorda dell’esperienza in sala parto?

“In sala parto c’era un clima a dir poco pesante. Io ero agitata perché vedevo l’anestesista molto nervosa. La dottoressa mi ha fatto mettere seduta sul lettino e mi ha detto di abbracciare il cuscino, ma quando ha inserito l’ago mi sono accorta immediatamente che qualcosa non andava perché ho sentito l’ago piegarsi nella mia schiena e poi un dolore fortissimo. Lei ha iniziato a urlare, diceva che la colpa era mia che mi ero mossa. Ma io ero rimasta completamente immobile. Lì ho pensato di morire, la gamba sinistra ha iniziato a muoversi senza il mio controllo e il dolore era fortissimo. Ho cominciato a gridare e a chiedere aiuto e mi hanno somministrato un’anestesia totale”. 

In che condizioni era suo figlio al momento della nascita?

“Al risveglio è stato mio marito a dirmi che mio figlio stava rischiando di morire. Era completamente cianotico, pensavano potesse avere riportato dei danni fisici o cerebrali. Per tutto il periodo dello sviluppo ho dovuto sottoporlo a visite specialistiche per capire se tutto fosse a posto, fortunatamente non ha subito lesioni ma io ho avuto per circa due mesi una una paralisi alla gamba sinistra e tutt’oggi dopo 13 anni, ci sono punti della gamba e del piede dove non ho più sensibilità. Ma dalle cartelle non risulta nulla”. 

Mi sta dicendo che nei referti clinici non è mai risultato quello che lei mi sta raccontando?

“Hanno omesso tutto, hanno scritto solo che avevano effettuato un cesareo. Non  risultano né la spinale né altro”.

Dal punto di vista psicologico questa esperienza ha avuto delle conseguenze sulla sua salute mentale e sul suo modo di modo di vivere la maternità?

“Non sono stata bene per tanto tempo. Non riuscivo a dormire, un po ‘ per i dolori un po’ perché ho sviluppato una fortissima ansia. Non ho potuto vivere il primo periodo di vita di mio figlio in modo sereno e questo mi ha segnata. Per me sono stati mesi bruttissimi, perché vivevo nel terrore che il parto avesse compromesso qualcosa a livello cerebrale. Ho continuato a portarlo da specialisti per anni, chiedevo di continuo mille rassicurazioni. Ha sicuramente inciso sul mio modo di vivere la maternità. Capisco perchè tante donne che vivono questo tipo di situazione non vogliono più avere figli”.

Beatrice D'Ascenzi

Nata a Roma, mi laureo prima al Dams in Cinema, Televisione e Nuovi media e successivamente mi specializzo in Informazione Editoria e Giornalismo presso l’Università Roma Tre. Amo il cinema, la storia latino-americana e il giornalismo radiofonico, che spero riesca a placare la mia costante necessità di parlare. Di me dicono che sembro uscita da un romanzo di Gabriel García Márquez.