Scuola, la solitudine della Generazione Dad

“In Italia quasi quattro studenti su dieci hanno dichiarato di aver avuto, a causa della didattica a distanza, ripercussioni negative sulla capacità di studiare (37%), di aver provato stanchezza (31%), incertezza (17%) e preoccupazione (17%), ma anche disorientamento, apatia, tristezza e solitudine”. È questa la drammatica fotografia scattata da Save the Children, nel recente rapporto commissionato a Ipsos, “I giovani ai tempi del coronavirus”. Lo spiega a LumsaNews Antonella Inverno, responsabile delle politiche per l’infanzia e l’adolescenza dell’ong.

L’organizzazione esprime profonda preoccupazione per una dispersione scolastica in aumento: oltre 34mila studenti stanno interrompendo gli studi, a peggiorare un quadro già fragile, visto che prima del Covid-19 il nostro Paese superava la media europea in quanto ad addii all’istruzione (il 13,8% contro il 10%). Una situazione critica, nella quale alunni e insegnanti sono ancora costretti a una modalità di insegnamento impensabile fino a qualche mese fa. Ma in un anno tutto è cambiato.

È il 31 dicembre 2019 quando le autorità cinesi riferiscono all’Organizzazione mondiale della sanità la scoperta, nel continente asiatico, di diversi casi di una misteriosa polmonite. Si inizia a parlare di Sars-CoV-2, un ceppo del tutto sconosciuto di Coronavirus, mai identificato nell’uomo prima di allora. È l’inizio di una storia drammatica, che in poco tempo travolge il mondo costringendolo al lockdown. A ogni settore della vita sociale viene chiesto di sacrificarsi, per il bene dell’intera popolazione. Tra questi anche la scuola.

Il 2 marzo 2020, il ministro dell’istruzione Lucia Azzolina, con un comunicato, annuncia che “nei territori in cui le lezioni sono state sospese per l’emergenza sanitaria molte scuole hanno cominciato ad attivarsi, su base volontaria, per la didattica a distanza”, presentando il nuovo metodo come “un’innovazione” scolastica. Ben presto, però, quell’innovazione tanto sperata fa emergere i primi problemi. Primo fra tutti la sua durata. Presentato infatti come uno strumento didattico esclusivamente temporaneo, in attesa di nuove soluzioni, viene adottato nel tempo come metodo fisso per fronteggiare il problema.

“La didattica a distanza a lungo termine ha portato effetti devastanti alle nuove generazioni”, “ha solo peggiorato le cose”, “è stata positiva nella prima fase ma poi è stata un grosso danno”. È unanime il pensiero di alunni, docenti e comitati scolastici, intervistati da LumsaNews. Da mesi, ormai, chiedono di rientrare in aula e abbandonare l’insegnamento da casa, come ci ha raccontato Francesca Morpurgo, del comitato Priorità alla scuola. Dello stesso pensiero è anche Leonardo Soffientini, segretario della Consulta provinciale degli studenti Roma. Le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni: “A prima vista la didattica a distanza può sembrare comoda. Questa comodità, però, ha un prezzo: la nostra istruzione ridotta e impoverita. Ed è un prezzo che non siamo disposti a pagare”.

Un prezzo troppo alto, dunque, per una generazione che da un giorno all’altro ha visto le sue abitudini cambiare, le sue interazioni diminuire e la sua istruzione peggiorare. Così la pensa, seppur con un pizzico di ottimismo, la dottoressa Gabriella Ameya Canovi, psicologa di sostegno con un dottorato di ricerca in psicologia dell’educazione. “Gli studenti – ci dice –  si sono adattati a una situazione strana per la loro età, poiché è venuto meno un aspetto importantissimo: la socializzazione. Uno degli aspetti più negativi della didattica a distanza è stata proprio la mancanza di socialità, la mancata idea di una coralità di gruppo”.

Le cose sono peggiorate e i dati lo dimostrano, facendo emergere un ulteriore grande disagio: il divario digitale. Secondo una ricerca di Openpolis, il 12,3% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni non possedeva un pc o un tablet prima della pandemia e solo il 6,1% viveva in una famiglia con una disponibilità personale di apparecchiature tecnologiche. L’emergenza Coronavirus, quindi, ha portato a galla problematiche preesistenti, che in un contesto di difficoltà hanno aumentato la povertà educativa, oltre a quella psicologica e sociale. Un gap di risorse che è costato all’Italia il 26esimo posto, su 28, tra i paesi europei, per le competenze digitali dei giovani. Stefano Biancu, filosofo e professore associato di etica della comunicazione all’Università Lumsa, sottolinea, per LumsaNews, le “conseguenze devastanti di questo periodo”, delle quali “bisognerà tenerne conto in futuro”, quando ai giovani verrà chiesto di farsi carico di un orizzonte che non hanno scelto ma che hanno solo subìto.

Nonostante tutto, però, si è fatto il possibile per riuscire a sopravvivere. Ne è convinta Annamaria Pastorelli, docente di lettere presso l’Istituto comprensivo “Tommaso Del Bene” di Torricella, in provincia di Taranto, che pur riuscendo a proseguire l’anno scolastico con i suoi alunni ha vissuto “l’incubo” della didattica a distanza e un rapporto conflittuale con “un’organizzazione terribile”. “Ce l’abbiamo fatta sì – sostiene – ma perché dovevamo necessariamente farcela. C’è stata, però, molta fatica”. Fatica che non è diminuita neanche con i timidi tentativi di rientro in aula a settembre, che hanno costretto all’incertezza alunni e docenti fino a poche ore prima del suono della campanella. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, ha ricordato a LumsaNews che “quello che è mancato è stato un coordinamento e una sinergia tra i vari settori, da quello organizzativo a quello dei trasporti”, ma ha auspicato un miglioramento nei prossimi mesi per garantire almeno “l’esame di maturità in presenza per il 2021”.

Il Covid-19 dunque resiste, la pandemia c’è ancora, ma quello che non si vede è lo stento e la preoccupazione per una condizione incerta che rischia di creare “il più grande disagio pedagogico del dopoguerra”, come ha tuonato il presidente della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, e che sembra stia ponendo un’ipoteca sulla vita dei più giovani.