Entrato nella dotazione ordinaria delle forze dell’ordine nel 2022, il taser è al centro di controversie e discussioni. Alcune associazioni per la difesa dei diritti umani si scagliano da anni contro l’utilizzo dello strumento. Tra queste, Amnesty International, impegnata nella documentazione e nella denuncia dei rischi legati all’arma a impulsi elettrici. Lumsanews ne ha parlato con Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty.
Amnesty International ha realizzato diversi studi sull’arma. Tra questi, un rapporto del 2012 che documenta almeno 500 decessi negli Stati Uniti dal 2001, in seguito all’utilizzo del taser. E una ricerca che mette in luce un uso improprio del dispositivo.
“Sono documenti che ci fanno capire che la definizione di arma non letale è ingannevole. La stessa Axon, che produce le pistole taser in dotazione alle forze di polizia italiane, afferma che c’è una probabilità di uno su quattrocento che, a seconda di come venga usata l’arma e delle condizioni del soggetto contro il quale è usata, l’esito sia mortale. E forse è proprio la definizione di arma meno letale che ne favorisce un uso così disinvolto”.
L’Italia rientra nei Paesi in cui c’è stato un utilizzo scorretto?
“Per dare un giudizio certo servirebbero delle sentenze, e non essendo un giudice non posso esprimermi al riguardo. Sicuramente c’è stato un uso letale. Dal 2023 ci sono stati sette decessi, cinque dei quali solo nel 2025. Quindi le forze di polizia dovrebbero smettere di difendere l’uso di queste armi”.
C’è un problema di narrazione intorno all’arma?
“Sicuramente c’è una generale assenza di trasparenza nel nostro Paese sui rischi dello strumento. A questo si associa una narrazione molto tranquillizzante sull’uso del taser. È ovvio che uccida meno rispetto alle pistole ordinarie, ma non è assolutamente vero che non uccide”.
Tra l’altro le forze dell’ordine sono sempre obbligate ad avvisare l’assistenza sanitaria.
“Esatto. E questo perché c’è piena consapevolezza del fatto che possa esserci una fatalità. È chiaro che un operatore di polizia che vede di fronte a sé un soggetto agitato preferisce neutralizzare la persona a distanza ed evitare un corpo a corpo. Però le forze dell’ordine dovrebbero ammettere che non c’è un rischio zero e iniziare lavorare di più sulla formazione degli agenti. Invece sembra che sia solo una crescente tendenza a distribuire queste armi”.
Fa riferimento al Decreto Milleproroghe con cui è stata estesa la sperimentazione del taser alle polizie locali dei comuni con meno di 20 mila abitanti?
“Proprio così. La polizia locale ha compiti importantissimi, ma tra questi non rientra quello di intervenire in situazioni di gravi problemi di ordine pubblico di massa. Quindi chi continua a raccontare che sono armi destinate a un uso da parte di personale iper specializzato non è più credibile. Stanno diventando un’arma di uso comune. E non voglio immaginare cosa accadrebbe se un giorno la pistola a impulso elettrico dovesse diventare un’arma comune come il manganello”.
Amnesty punta all’adozione di un Trattato sul commercio libero dalla tortura. Un accordo che prevederebbe anche il divieto delle armi a scarica elettrica a contatto diretto, e il controllo sul commercio su tutti gli altri dispositivi a impulso elettrico.
“Non c’è sufficiente regolamentazione di tutta una serie di strumenti tecnologicamente avanzati, come le granate stordenti, le schiume paralizzanti, e chiaramente le pistole a impulso elettrico. Questa tipologia di prodotti circola liberamente all’interno dell’Unione Europea. E una volta esportata dall’Unione, potrebbe finire anche nelle mani di polizie politicamente repressive”.


