Nel mondo accademico “la qualità paga ancora, ma richiede scelte consapevoli e una forte determinazione”. Per Elisabetta Cerbai, professoressa ordinaria di farmacologia all’Università di Firenze, il profilo del bravo ricercatore non dipende soltanto dal numero delle pubblicazioni ma dalla qualità e dalla determinazione profuse nella ricerca. Perché “essere associati a pratiche scorrette, come la manipolazione dei dati o delle pubblicazioni, rappresenta un danno enorme, spesso irreversibile”, spiega a Lumsanews. Sicuramente, la “pressione a pubblicare è cresciuta negli anni, soprattutto in alcuni settori disciplinari” – osserva – ma “anche le segnalazioni sono aumentate e questo non è necessariamente un segnale negativo, anzi indica una maggiore vigilanza”.
Nel mondo accademico “la qualità paga ancora, ma richiede scelte consapevoli e una forte determinazione”. Per Elisabetta Cerbai, professoressa ordinaria di farmacologia all’Università di Firenze, il profilo del bravo ricercatore non dipende soltanto dal numero delle pubblicazioni ma dalla qualità e dalla determinazione profuse nella ricerca. Perché “essere associati a pratiche scorrette, come la manipolazione dei dati o delle pubblicazioni, rappresenta un danno enorme, spesso irreversibile”, spiega a Lumsanews. Sicuramente, la “pressione a pubblicare è cresciuta negli anni, soprattutto in alcuni settori disciplinari” – osserva – ma “anche le segnalazioni sono aumentate e questo non è necessariamente un segnale negativo, anzi indica una maggiore vigilanza”.
Professoressa Cerbai, quanto conta la qualità del lavoro scientifico rispetto alla quantità delle pubblicazioni?
La pressione sulla quantità è sicuramente aumentata negli anni, anche in modo significativo in alcune aree. Questo è stato in parte determinato da sistemi di valutazione basati su indicatori quantitativi. Tuttavia, nelle valutazioni più serie non si guarda al numero complessivo delle pubblicazioni, ma a quelle più rilevanti: in genere una selezione limitata di lavori che hanno realmente contribuito all’avanzamento delle conoscenze.
Oggi questo approccio è ancora valido?
Detto questo, è vero che il sistema ha spinto verso una maggiore produttività. Ma resta possibile – e necessario – valutare i ricercatori sulla qualità del loro contributo, non solo sui numeri.
In un sistema che premia la rapidità e il numero di articoli c’è il rischio che la ricerca più rigorosa venga penalizzata?
Non si può generalizzare, perché esistono differenze importanti tra discipline. Una cosa è lavorare su dati già disponibili, un’altra è produrre dati originali che richiedono tempo, replicazioni e verifiche. È chiaro però che un sistema che premia la rapidità può creare squilibri. Alcuni tipi di ricerca, soprattutto quella sperimentale, richiedono tempi più lunghi e quindi possono risultare meno competitivi sul piano quantitativo. Questo è un punto critico, che va tenuto in considerazione.
Queste dinamiche in che modo stanno cambiando il modo di fare ricerca?
Sicuramente c’è una maggiore attenzione a questi aspetti. In Italia, come in altri Paesi, il numero medio di pubblicazioni per ricercatore è aumentato. In parte questo è legato proprio alla pressione esercitata dai sistemi di valutazione. Ma non bisogna dimenticare che per molti ricercatori la reputazione scientifica è fondamentale: essere associati a pratiche scorrette, come la manipolazione dei dati o delle pubblicazioni, rappresenta un danno enorme, spesso irreversibile. Questo resta un forte deterrente.
Quanto è importante, oggi, per un ricercatore affermato mantenere una linea rigorosa anche a costo di essere meno competitivo sul piano quantitativo?
È fondamentale. Esistono organismi e commissioni – anche all’interno del sistema della ricerca, come nel caso del CNR – che da anni monitorano questi fenomeni e dispongono di strumenti per individuare anomalie nelle pubblicazioni. Nel nostro Paese l’attenzione su questi temi è cresciuta nel tempo: le segnalazioni sono aumentate, ma questo non è necessariamente un segnale negativo, anzi indica una maggiore vigilanza.
Cosa rischia un ricercatore che fa uso di queste pratiche in Italia
Nel nostro Paese le conseguenze sono spesso limitate a richiami o sanzioni disciplinari, perché manca una normativa più incisiva. Tuttavia, il problema più grande oggi non è tanto quello nazionale, quanto quello globale: esiste un vero e proprio mercato internazionale di pubblicazioni e citazioni, molto più esteso e preoccupante.
In questo contesto, mantenere una linea rigorosa è essenziale, anche a costo di essere meno produttivi sul piano numerico.
Quanto è realistico oggi costruire una carriera sulla qualità della ricerca, senza cedere alle logiche del publish or perish?
È assolutamente possibile. Ho visto recentemente ottimi percorsi accademici costruiti su pochi lavori all’anno, ma solidi, coerenti e ben sviluppati. La qualità paga ancora, ma richiede scelte consapevoli e una forte determinazione.
Quale messaggio si sente di dare a chi oggi entra nel mondo accademico?
Il consiglio è di puntare fin da subito su una linea di ricerca originale, cercando di sviluppare progetti propri e di acquisire autonomia il prima possibile. È importante non adagiarsi in gruppi molto produttivi dove si rischia di svolgere un lavoro ripetitivo, ma trovare una propria direzione. Un altro aspetto cruciale è la mobilità: restare troppo a lungo nello stesso contesto può essere penalizzante. Oggi è fondamentale muoversi, confrontarsi con altri ambienti e costruire un percorso indipendente.


