Mawan, Kosta e Yahia. Rispettivamente 15, 11 e 17 anni. E poi Amin, Oussama, Bugacarr, Tianguang. Tutti minorenni, tutti svaniti nel nulla. È lunga la lista dei giovani stranieri non accompagnati scomparsi a Roma nel mese di gennaio, diffusa sui social dall’Odv Penelope Lazio. Sotto ogni annuncio campeggia la stessa scritta: “Si è allontanato da…”. Un eufemismo che nasconde una domanda urgente: perché i giovani migranti scappano?
Non sono fughe nel senso classico del termine. Sono ragazzi che si dileguano volontariamente dai centri di prima accoglienza, strutture che dovrebbero proteggerli ma che diventano anticamere di invisibilità. Spariscono prima che si attivino i programmi di tutela e integrazione, scivolando in un limbo che può significare sfruttamento, tratta, violenza o arruolamento in organizzazioni criminali.
Un esercito di adolescenti
Secondo i dati del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, al 31 dicembre 2025 in Italia erano 17.011 i minori stranieri non accompagnati (Msna). Dietro la statistica, migliaia di storie: ragazzi – l’88,6% maschi, più della metà diciassettenni – che spesso hanno attraversato il Mediterraneo da soli. Nonostante nel 2025 gli sbarchi siano rimasti pressoché invariati rispetto al 2024 (dati Viminale), in un anno la quota di minori è schizzata dal 12% al 17,9%. Significa quasi 12 mila ragazzini in fuga da guerre, povertà, violenze. Vengono soprattutto dall’Egitto (30,3%), dall’Ucraina (17,4%) e dal Bangladesh (10,1%). Tra i 242 msna presenti negli istituti penali per minorenni italiani (Ipm), i reati più commessi sono quelli contro il patrimonio (il 50%) seguiti da rapine (63%) e furti (27%). I delitti contro la persona rappresentano solo il 14%, soprattutto lesioni personali. Prevalentemente criminalità di strada finalizzata alla sopravvivenza.
La carenza cronica di posti
Eppure sulla carta esiste una rete di accoglienza denominata Sai, sistema di accoglienza e integrazione. Una maglia composta dagli enti locali che, in collaborazione con il Terzo settore, realizzano progetti volti a fornire informazione, assistenza legale e sanitaria, orientamento professionale. Ad affliggere il sistema però c’è la carenza di posti: per gli oltre 17 mila minori presenti sul territorio, appena 6.081 al 31 maggio 2025.
Il risultato? Una permanenza che si protrae, anche per mesi o fino alla maggiore età, nei Cas. Ben oltre il periodo massimo di 30 giorni previsto per l’identificazione. “Si tratta di circa 1.500 centri di accoglienza straordinaria loro dedicati” spiega a Lumsanews Francesca Stanizzi, coordinatrice dello sportello Antigone nell’Ipm di Roma Casal del Marmo. “In via emergenziale, la normativa attuale prevede che queste strutture ricettive temporanee possano accogliere un numero maggiore di minori per un massimo del 50% della capienza prevista. I ragazzi sotto i 16 anni possono addirittura essere ospitati all’interno dei centri per adulti, trovandosi così dirottati in una promiscuità pericolosa”.
Secondo il dossier immigrazione di Idos, attualmente sono 9.305 i minori in strutture emergenziali, il 54,7% del totale. “Una fase molto delicata”, come la definisce Paolo Iafrate, avvocato e docente di Diritto penale, minorile e dell’immigrazione all’università di Roma Tor Vergata. “Il passaggio dalla prima alla seconda accoglienza non è sempre immediato. E quel limbo è un momento di altissimo rischio” per creare “le condizioni di vulnerabilità che portano i msna a essere attratti dai circuiti illegali”
Non solo un problema di spazio
Nel Lazio la situazione è ancora più critica. Come ricorda la sociologa di Idos Ginevra Demaio, guardando ai dati dell’ultimo rapporto di ActionAid e Openpolis “quasi il 30% del sistema regionale dei Cas è gestito da soggetti for profit. Così facendo, l’accoglienza è ridotta a mero albergaggio”. Dei 9.543 posti nella regione, “2.808 sono gestiti da Srl di vario genere, dalle agenzie di viaggio ai gestori di alberghi”.
Sono i bilanci municipali ad anticipare le rette. Ma il taglio governativo del Fondo nazionale msna nel maggio 2025 ha reso tutto più difficile. I finanziamenti sono passati da 117,8 milioni di euro annui a 100 milioni per il triennio 2025-2027. I rimborsi agli enti locali sono stati bloccati al 35% delle spese. Avviare percorsi di alfabetizzazione e formazione professionale diventa così un’impresa. “L’accesso a servizi di qualità resta a carico del solo Comune”, precisa Iafrate, “con una conseguente disomogeneità territoriale”. Per questo “gli abbandoni sono più frequenti nella prima accoglienza”. Il tasso di allontanamento volontario dalle strutture si aggira, infatti, intorno al 50%, stando a dati ministeriali. In queste condizioni, anche “il prosieguo amministrativo disposto dai Tribunali per i minorenni per accompagnare il giovane fino a tre anni dopo la maggiore età – avverte Stanizzi – rischia di restare inapplicato”.
La centralità della figura del tutore
C’è poi il capitolo tutori. Per legge dovrebbero essere nominati entro pochi giorni dall’arrivo. “Sono il primo fondamentale baluardo legale e relazionale del minore”, spiega Iafrate. Ma i ritardi nella nomina sono sistematici. “Il problema sta nelle risorse. Si cerca di sopperire con altri dipendenti che però non sempre hanno la formazione adeguata” afferma Stanizzi.
Gli esperti concordano: tempi di nomina più rapidi possono scongiurare l’allontanamento volontario dai Cas e l’abbandono dei programmi della rete Sai. Eppure esiste un’altra strada: i tutori volontari. A dimostrarlo è l’esperienza di Elena Conti, tutrice della Odv Obiettivo fanciullo, attiva nel Lazio. “Sono due gli elementi per un’integrazione di successo: la possibilità di avere un’ottima casa famiglia e un tutore che segua il minore”, dice. “Nessuno dei miei ragazzi è mai stato in un Cas, nessuno di loro ha vissuto carenze nell’assistenza o nella scolarizzazione, a differenza di alcuni casi in cui si arriva alla maggiore età senza aver mai avuto un tutore”.
Ciò che emerge è un apparato complesso, che fatica a rispondere alle esigenze di migliaia di giovanissimi privi di tutela sul suolo italiano. Ragazzi che troppo spesso preferiscono l’allontanamento dal circuito di protezione a una permanenza senza prospettive in strutture sovraffollate e impersonali. La rete di accoglienza sopravvive oggi solo grazie alla professionalità, le competenze e la passione degli addetti ai lavori e dei volontari. Ma senza risorse adeguate, anche la dedizione più totale può non bastare.


